Comunic@re per vivere
&
Vivere per comunic@re
LA VERA CULTURA MAFIOSA
IN SICILIA
Autore dell’opera
Renato Guttuso
Titolo dell’opera
“La Vucciria” (1974)
Link dell’immagine:
https://www.analisidellopera.it/vucciria-di-renato-guttuso/

MY SOCIAL-NOTE-BOOK
Capitolo primo
Quarto paragrafo - Parte prima
Comunic@re per vivere
&
Vivere per comunic@re
LA VERA CULTURA MAFIOSA
IN SICILIA
Mie carissime amiche e carissimi amici social,
in una precedente pagina, già pubblicata nel mio “COMUNIC@LIBRO”, avevo promesso di condividere con voi, attraverso le mie solite smisurate riflessioni, alcuni tra i tanti frammenti di una vita vissuta, giorno per giorno, sempre in compagnia della mia
“SINDROME BIPOLARE FAMILIARE”.
Pertanto, penso che sia finalmente arrivato il momento di aprire il mio scrigno dei ricordi per intraprendere un racconto genuino, che ha inizio dalla schietta cronistoria e dalle particolareggiate descrizioni delle mie umili origini, fino ad a giungere a “toccare con mano” il legame fiero con le mie radici siciliane.
Ho trascorso la notte tra il 25 ed il 26 maggio del 2026 prendendo note ed appunti sul mio cellulare, con l’intenzione di scrivere solo alcune righe che, invece, si sono poi trasformate nella "pagina" che state per leggere e che, spero sinceramente, riesca a catturare la vostra attenzione fino alla fine, consentendomi di coinvolgervi emotivamente nelle mie deliranti testimonianze di una vita vissuta sempre e costantemente al
“MASSIMO”.
Concedetemi questo piccolo gioco di parole, basato sul mio nome di battesimo, ma che vuole essere anche e soprattutto un omaggio al grande Vasco Rossi, che con la sue canzoni “Vado al massimo” e “Vita spericolata” aveva già anticipato tutto e tutti, come solo lui sa fare!!!
Come già annunciato, trascrivo queste righe direttamente dagli appunti salvati sul mio cellulare, durante quella notte irrequieta, convulsa e quasi del tutto insonne, eppure al tempo stesso
“straordinaria, sensazionale
ed anche un po’ magica”.
Queen - “It’s a Kind of Magic” (1986).
Quella notte, che potrei definire incantevole, ammaliante e, per certi versi, anche speciale ed indimenticabile, proprio non riuscivo a prendere sonno, preso da tanti pensieri ed immerso, anzi per meglio dire, sommerso da un flusso inarrestabile di ricordi, tanti piacevoli aneddoti ed innumerevoli reminiscenze ed angosciose rimembranze, che hanno caratterizzato il corso della mia infanzia e della mia adolescenza.
Le “folli notti” trascorse a rincorrere i pensieri del passato sono spesso le più autentiche e quando il silenzio intorno a noi diventa assordante, il trambusto aggrovigliato dei ricordi più bui e tetri si manifesta implacabile ed, immancabilmente, ci presenta un "conto salato", chiamandoci ad affrontare le conseguenze dirette delle nostre azioni.
Il silenzio, che pure sembrava incantato, non riusciva a conciliare il mio sonno, per cui a volte capita che, tra lo scorrere di fiumi di parole, dalla propria coscienza si sprigioni
la nostra più vera e sincera essenza.
Fino al conseguimento della maturità scientifica ho vissuto, quasi esclusivamente a Donnalucata, una piccola borgata di mare, dove tutti si conoscono e dove la vita di ognuno è, giorno per giorno, sulla bocca di tutti.
Nel marzo del 2005, dopo aver superato l’Esame di Abilitazione ed essere diventato “Dottore in Architettura”, decisi in modo improvviso e fulmineo di trasferirmi a Riccione.
Questa decisione presa in modo tanto repentino, per non dire all’impazzata, ha rappresentato per me una sorta di "spartiacque" all’interno della mia stessa esistenza.
Uno spartiacque simile per certi versi, al viaggio attraverso un portale interstellare, lo stesso portale di cui si parla nel nella pellicola intitolata “Stargate - Il portale delle stelle”, indimenticabile film degli anni ‘90, diretto da Roland Emmerich ed interpretato, tra gli altri, da Kurt Russell e James Spader.
Mi ero follemente innamorato di Silvia, la donna che in seguito sarebbe diventata mia moglie, ed avevamo deciso che mi sarei trasferito a Riccione, per vivere finalmente insieme, dopo quasi un anno e mezzo trascorso a sentirci quotidianamente al telefono, per ore ed ore, soprattutto in tarda serata, in quanto Silvia di giorno era impegnata con il suo estenuante lavoro.
Questa scelta di trasferirmi a Riccione costituiva per me non solo un azzardo, ma una vera e propria incognita; quasi come tentare di risolvere l’Equazione di Schrödinger.
Per rinfrescarvi la memoria ed alleggerire un poco il ritmo della storia, mi permetto di ricordarvi, semmai qualcuno di voi,
mie care amiche e cari amici social,
abbia mai visto “The Big Bang Theory”, una delle più straordinarie e stravaganti serie televisive, dove i protagonisti, oltre alla mitica “Penny”, sono un gruppo di "ragazzi nerd”, che lavorano alla “Caltech” (California Institute of Technology) di Pasadena, in California.
“Nerd” in italiano si potrebbe tradurre come “secchione” ed è riferito ad una persona con una spiccata passione per la tecnologia e la scienza in generale, ma definisce anche individui che nutrono "trasporto ed entusiasmo" per la programmazione avanzata, il collezionismo, i giochi di ruolo e tanto altro ancora.
Anche se oggi il termine “nerd” non è più considerato un insulto, ma è diventato piuttosto un vero e proprio motivo di vanto, in quanto definisce uno stile di vita alquanto bizzarro ed eccentrico.
Originariamente la definizione di “nerd” comprendeva un soggetto introverso, un po’ goffo e con scarse capacità relazionali… in poche parole un "nerd" è un asociale, sociopatico ed a volte persino psicopatico e soggetto a manie ossessivo-compulsive.
In buona sostanza il "NERD"
un tempo veniva considerato alla stregua di un
“disadattato o malato mentale”.
In ogni caso, anche se non avete mai sentito nominare o non avete mai visto nemmeno un episodio della serie televisiva “The Big Bang Theory”, la cosa che in questo contesto intendo chiarire riguarda la mia situazione emotiva di quel particolare momento della mia esistenza:
durante il viaggio in macchina, durato oltre 14 ore, mi sentivo come il famoso gatto del paradosso inventato dal fisico Erwin Schrödinger (si pronuncia: “shrö - din - gher”) per spiegare la sua complicata teoria, che non sto qui ad analizzare, per non dilungarmi troppo e per non risultare troppo noioso e pedante.
Ma con l’aiuto di Google vi spiego con calma di cosa si tratta:
<<Il paradosso del gatto di Schrödinger è un famoso esperimento mentale ideato dal fisico Erwin Schrödinger nel 1935 ed evidenzia i paradossi derivanti dall’applicazione della meccanica quantistica agli oggetti macroscopici.
Schrödinger immagina un gatto chiuso in una scatola con un atomo radioattivo (che decade al 50%), un contatore geiger e del veleno.
“Il paradosso del gatto”
Secondo l’interpretazione di Copenaghen della fisica quantistica, prima di aprire la scatola e osservare l’interno, l’atomo si trova in una “sovrapposizione di stati” (sia decaduto che integro). Di conseguenza, l’intero sistema si propaga al gatto e finché la scatola rimane chiusa, il gatto sarebbe contemporaneamente sia vivo che morto.
Il paradosso nasce quando ci rendiamo conto che nel nostro mondo macroscopico un gatto non può trovarsi in uno stato ibrido. L’obiettivo di Schrödinger non era sostenere l’esistenza di gatti zombie, ma dimostrare l’assurdità di estendere le leggi del microcosmo (le particelle) al mondo visibile.
Oggi il paradosso del gatto di Schrödinger si spiega attraverso la decoerenza quantistica, cioè un sistema complesso come un gatto non è mai perfettamente isolato, ma interagisce costantemente con l’ambiente circostante e questa interazione distrugge quasi istantaneamente la sovrapposizione di stati.
In sostanza il sistema collassa in uno stato classico ben definito (vivo o morto) molto prima che un osservatore umano apra materialmente la scatola>>.
Penso davvero che neanche Google riesca a spiegare in modo semplice questo “paradosso” così complicato, in ogni caso la confusione in testa, che probabilmente è venuta anche a qualcuno di voi nel cercare di comprendere questo benedetto "paradosso di Schrödinger", è esattamente la stessa di quella che attraversava la mia labile e fragile mente, durante quelle lunghe 14 ore di tragitto per raggiungere la "meta", o se vogliamo dire, per raggiungere Silvia, ovvero l’altra mia "metà" della mela.
Si fa per dire, ma si fa anche per riderci sopra
e rendersi conto che basta solo un accento
per cambiare tutto il significato di un intero periodo.
In ogni caso, potrei tranquillamente affermare che prendere quella decisione rappresentò per me come varcare una porta “spazio-temporale”, una sorta di salto nel buio attraverso uno
“Stargate - La porta delle stelle”.
Consultando Google, ricerco la definizione di metafora che risulta essere:
<<La metafora è una figura retorica in cui si sostituisce una parola con un’altra il cui significato letterale è diverso, ma è legato alla prima da un rapporto di somiglianza od analogia implicita>>.
Pertanto la metafora che ho citato calza a pennello, in quanto il viaggio che mi ha condotto da Donnalucata, nel profondo Sud della provincia di Ragusa, fino alla più famosa e rinomata località della riviera romagnola, mi ha proiettato direttamente in un "universo parallelo".
Il mio trasferimento, questo “passaggio” oltre lo Stretto di Messina, avviene nel marzo del 2005, a bordo del traghetto “Caronte”, della compagnia di navigazione “Gruppo Caronte & Turist”, che esiste veramente e che da anni si occupa dell’attraversamento dello Stretto di Messina, sul quale si vorrebbe costruire un ponte, di cui non sto nemmeno a sindacare, potendo e volendo invece fare chiaramente riferimento al mitologico “Caronte”, il traghettatore dei dannati.
Nel terzo Canto dell’Inferno, il sommo poeta Dante Alighieri, giunto al cospetto di "Caronte", il mitico nocchiere dell’Ade, non riesce a proferire parola, mentre la sua guida, il poeta latino Virgilio si rivolge al traghettatore di anime per imporre il passaggio di Dante, con i famosissimi versi:
<<Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare>>...
Versi celebri che Dante Alighieri fa pronunciare al suo accompagnatore Virgilio (Publio Virgilio Marone) e che stanno a significare che l’intervento del "VOLERE DIVINO" consente allo stesso Dante, sebbene non sia ancora deceduto, il viaggio nell’OLTRETOMBA.
Ma ritornando al nostro racconto, quella scelta improvvisa e fulminea ha tracciato nella mia esistenza una linea di demarcazione profonda come la “Fossa delle Marianne” ed è stata un’esperienza paragonabile ad un salto nel buio, come tentare di risolvere un’equazione ricolma di "incognite impazzite”.
Questa mia scelta avventata è paragonabile all’atto di varcare la soglia di una “porta magica”, esattamente come attraversare quello stesso “Portale interstellare”, ricco di simbologie egizie da decifrare e che conduce direttamente in un "mondo alieno", completamente nuovo e tutto da scoprire, di cui si parla nel film che ho citato poco innanzi.
Questo passo, che mi apprestavo a compiere, avrebbe modificato totalmente il mio futuro ed il mio destino, ma la destinazione del mio agognato viaggio, nei miei pensieri ricolmi di enigmi insolubili, avrebbe dovuto condurmi in un luogo magico, dove trovare il mio nuovo destino.
Il mio "Scrigno dei desideri", come il mitico “Vaso di Pandora”, in quel determinato momento della mia esistenza, come anche in questo preciso istante in cui Vi scrivo,
mie carissime amiche e carissimi amici social,
contiene in ultimo anche tutte le mie più disincantate speranze, oltre ai miei personali sogni, legittime ambizioni ed infine anche il progetto per aiutare altre persone che, come me, soffrono di un qualche "disagio mentale".
Il tutto allo scopo di sensibilizzare
l’opinione delle persone
che avranno voglia e tempo
di leggere questi miei lunghi
“folli e deliranti commenti”.
Vorrei spiegarmi meglio e per questo motivo riassumo brevemente la mitologia relativa al “Vaso di Pandora”.
“Il vaso di Pandora”
Zeus, o se vogliamo il dio Giove degli antichi romani, affidò un vaso a Pandora, la prima donna creata, cioè l’equivalente di Eva nella cultura cristiana.
Il vaso conteneva "tutti i mali e le disgrazie del mondo", in quanto Zeus, mediante questo dono a “Pandora” (che in italiano significa: "Colei che possiede tutti i doni"), intendeva punire gli uomini che, attraverso Prometeo, avevano rubato il fuoco al dio Efesto (il dio Vulcano nella cultura degli antichi romani).
Zeus proibisce a Pandora di aprire il vaso, ma Pandora disubbidisce (un po’ come fece Eva mangiando la mela proibita) e per pura curiosità scoperchia il vaso, che contiene tutte le piaghe ed i mali che da allora affliggono l’umanità intera e che, come venti fortissimi, si sprigionano e si disperdono in tutte le direzioni, per colpire il genere umano in tutti gli angoli del mondo.
La mitologia greca aggiunge, però, che per fortuna Pandora riesce all'ultimo momento a chiudere il vaso, appena in tempo per conservare la sola “Speranza”.
Di certo chi ha studiato latino
si ricorderà la celebre espressione
“Spe postrema dea”,
che in italiano viene solitamente tradotta
come: “La speranza è l’ultima a morire”.
Bene, ricapitolata questa particolare parte della mitologia greca (che tra parentesi mi ha sempre interessato ed incuriosito molto), vorrei porre l’attenzione sul “Vaso di Pandora”, che contiene tutti i mali del mondo.
La mia metafora parte proprio da questo concetto,
in quanto anche all'interno di una persona
“mentalmente disturbata”,
come me, esistono tutti i mali del mondo,
esiste cioè la parte peggiore di me,
che emerge ogni qualvolta
si presenti una nuova
“crisi psicotica”.
Il segreto per scongiurare una crisi è quello di tenere chiuso il vaso, cioè non sottovalutare i sintomi della malattia e seguire pedissequamente la terapia, che mi viene prescritta ogni volta dalla o dallo psichiatra di turno, che mi ha in cura, presso il "CSM" (Centro di Salute Mentale) di Riccione.
A tal proposito vorrei far presente, non senza un filo d’ironia, che grazie al “buon funzionamento” del sistema di prevenzione di salute mentale, nello specifico mi riferisco al “CSM” di Riccione, ho già cambiato "ben sei psichiatri", qualcuna o qualcuno davvero molto brava o bravo e preparata o preparato, ma per il resto stendo un velo pietoso.
C’è persino da considerare che l’AUSL di Riccione, che viene gestito dalla Regione Emilia-Romagna, fornisce uno dei migliori servizi di sanità pubblica di tutta Italia; non oso immaginare cosa succeda nelle altre località italiane.
Sempre per continuare l’analogia con il “Vaso di Pandora”, per quanto riguarda la "speranza", nel momento in cui si scoperchia il vaso ed io mi trovo in una situazione psicologicamente critica, che viene specificatamente definita “Fase UP”, cito direttamente da internet, mediante Google:
<<In una persona affetta da disturbo bipolare
la “Fase UP” costituisce
un periodo di umore molto alto,
euforia ed al contempo di irritabilità>>.
La mia unica “speranza” è rappresentata da tutto l’amore e l’attenzione che solo mia moglie sa donarmi e per questo non manco di ringraziare Silvia, l’amore della mia vita e la donna della quale, ormai da tempo, non posso più fare a meno, in quanto rappresenta per me una presenza costante, vitale ed insostituibile.
Ma adesso torniamo ancora una volta
al racconto di questo mio viaggio
verso la Romagna.
In sostanza, una volta presa quella benedetta decisione, mi apprestavo a vivere ancora una volta un’avventura del tutto nuova, tutta da decifrare e tutta da esplorare, ma questa volta avrei affrontato il mio destino non più tutto da solo, ma con la consapevolezza di poter contare su una forza straordinariamente grande:
l’amore, che smuove persino le montagne.
E chiudo la riflessione sull'argomento, citando ancora una volta il sommo poeta Dante Alighieri:
«L’amor che move il sole e l’altre stelle»
il verso conclusivo della “Divina Commedia”
(Paradiso - Canto 33° - versetto 145),
che chiude in modo superbo
il viaggio di Dante, attraverso
l’Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso.
Ad onor del vero va sottolineato che quel cambiamento ha avuto inevitabilmente la conseguenza di allontanarmi dalla Sicilia e lasciarmi alle spalle gli affetti a me più cari.
Innanzitutto i miei genitori, ma anche il resto della mia famiglia ed i pochi amici, con i quali nonostante la distanza e grazie ai quasi ventisette anni di conoscenza, il legame resta a tutt'oggi ancora ben saldo.
Il segreto della vera amicizia è proprio questo: sapere che l’altra persona c’è sempre nonostante tutto e che puoi contarci in ogni momento della tua vita, bello o brutto che sia.
A tal proposito mi ricordo come se fosse oggi che mio padre, fino a che era ancora in vita ed in buona salute, mi rammentava spesso:
“Massimo, gli amici non esistono,
l’amicizia è solo convenienza”.
Certamente ascoltavo con rispetto ed attenzione i consigli che mio babbo di tanto in tanto mi elargiva, ma contemporaneamente ho sempre coltivato quelle poche ed autentiche amicizie, che mi porto dietro praticamente da una vita intera ed i cui rapporti si sono sempre più consolidati e che oggi sono ancora più forti che mai.
A parte questo, alcune volte mi ritrovo a riflettere sulle conseguenze di questa mia scelta e penso di aver vissuto questo “distacco” come un trauma, che ha lasciato indietro frammenti del mio essere e pezzi della mia coscienza, che di tanto in tanto, emergono dal profondo del mio inconscio, reclamando la mia più totale e devota attenzione.
Il netto distacco tra la vita trascorsa in Sicilia e quello che ho vissuto successivamente, fino ad arrivare al mio attuale stile di vita, ha rappresentato per me una svolta epocale, uno spartiacque che segna "una sorta di netto confine", che ha influenzato irreparabilmente il corso della mia intera esistenza.
In ogni caso, quella “magica ed ammaliante” notte proprio non riuscivo a prendere sonno, in quanto mi sentivo sopraffatto da mille pensieri ed immerso, anzi per meglio dire, sommerso da un mare di vivide reminiscenze e dolorose rimembranze, relative al corso della mia infanzia e della mia adolescenza.
Tutte queste emozioni erano e sono tutt'ora indissolubilmente legate e compenetrate nel mio "inconscio", essendo state vissute nella totale ristrettezza economica, tra stenti e privazioni, che hanno segnato profondamente il mio "vissuto" all'interno della mia umile famiglia d’origine.
Leggii la PAGINA
"10 - LA MIA FAMIGLIA DI ORIGINE".
Quella favolosa sera del 25 maggio 2026 eravamo stati a cena in un ottimo ristorante in riva al mare a Riccione ed avevamo assaporato un’ottima “busiata ai gamberi rossi di Mazara del Vallo”, piatto tipico del trapanese.
Gustare i sapori forti della mia terra natia deve aver risvegliato in me antichi ricordi ed è davvero incredibile come un sapore od un semplice odore possano rievocare tempi andati e, come una sorta di "Congegno cronologico" (Macchina del tempo), farti tornare indietro in un altro luogo ed in un altro periodo della tua vita.
Probabilmente proprio per questo mi sentivo tormentato da "ricordi limpidi e cristallini":
erano i ricordi di una vita trascorsa in quel piccolo borgo marinaro, che ogni estate tornavo a rivedere (almeno fino alla morte di entrambi i miei genitori), per concedermi qualche giorno di vacanza, da trascorrere in compagnia della mia famiglia e delle mie amiche ed amici più cari.
La mia mente, catapultata in uno stato confusionale, aveva iniziato a scavare a fondo nel mio passato e continuava a ripescare frammenti di un’esistenza densa di rimpianti, nostalgie ed amarezze e persino qualche "cattivo rimorso".
Proprio per questo motivo e spinto da un "tumulto irrefrenabile" del mio stesso animo, mi aggrappo al cellulare e mi lascio travolgere da tutti questi ricordi, che trascrivo così come affiorano alla mia mente.
Proprio in questo modo, pian piano e via via sempre più alacremente, emergono frammenti di una vita passata, come rimembranze di altre vite vissute in altre epoche di un tempo ormai lontano.
Come anticipato in questa lunghissima e quasi interminabile premessa, trascrivo queste righe direttamente dagli appunti salvati sul mio cellulare, durante quella "notte frenetica e stregata", trascorsa quasi del tutto insonne, tra il 25 ed il 26 maggio del 2026.
[26/5, ore 01:42] Scrivo:
Io ci sono nato in Sicilia... sarebbe corretto dire “sono nato in Sicilia”, ma non rende bene l’idea, perché quando nasci in Sicilia appartieni a questa "magica isola" per il resto dei tuoi giorni ed anche se ti allontani per andare a vivere a migliaia di chilometri di distanza, la Sicilia ti resta nel cuore e certe notti ne senti il richiamo, come il canto ammaliatore ed al tempo stesso mortale delle "Sirene", che Ulisse decide comunque di ascoltare, a costo di farsi legare all'albero maestro della nave, così come magnificamente racconta Omero nella sua “Odissea”.
Avevo circa 13 o 14 anni quando è morta la persona considerata "l’uomo d’onore" di Donnalucata.
Io non conoscevo personalmente quell'uomo, in quanto l’avevo visto solo poche volte e da lontano; in più mi ricordo che mio padre mi raccomandava sempre di starne alla larga, ma si rifiutava di fornirmene una spiegazione plausibile, giustificata e comprovata.
Al funerale di quest'uomo c’era praticamente tutta Donnalucata,
che all'epoca contava solo circa 3.000 abitanti.
Una processione infinita, tanto che la strada principale,
Via Sanremo, brulicava di tantissime persone:
c’erano uomini e donne di ogni età
e c'erano anche bambini ed adolescenti come me.
Questo mio ricordo da fanciullo,
costituisce una di quelle immagini
che mi sono rimaste tra i
ricordi indelebili di quella giovane età.
In mezzo alla folla c’ero anch'io, in quanto ormai "quell'uomo" non mi faceva più paura, ma anzi ero incuriosito ed al contempo non riuscivo a capire il cordoglio dimostrato da tutta quella gente, che era scesa in strada per porgere l’ultimo saluto ad una persona, che tutti conoscevano molto bene.
Successivamente anche io ho avuto modo di conoscere meglio e più a fondo altri “uomini d'onore”:
crescendo in Sicilia per forza di cose prima o poi
vieni a trovarti in mezzo od in contatto
con la “CULTURA MAFIOSA”,
perché ci cresci dentro, per l’appunto…
... e che tu lo voglia o no,
FA PARTE DI TE...
... E TE NE SEI PARTE!!!
Completato il liceo ed avendo conseguito la maturità scientifica, mi si prospettava davanti l’ultima estate libera dallo studio e, quindi, non vedevo l’ora di godermi tre mesi di mare e soprattutto dilettarmi con le infinite partite al pallone sulla spiaggia; partite che duravano ore ed ore ed a volte proseguivano anche dopo il tramonto.
Erano altri tempi…
Erano tempi felici e sereni…
Erano tempi che potevi permetterti la gioia e la spensieratezza…
Erano tempi in cui la felicità non “costava” nulla…
Erano tempi in cui non avevi nulla e di nulla avevi bisogno…
Erano i tempi della “fanciullezza”,
quando bastava un nonnulla
per farti esplodere dalle risate
e subito mi viene in mente Giovanni Pascoli
ed il suo pensiero relativo al
“fanciullino”
che è sempre presente in noi.
Ma mio fratello maggiore Guglielmo, nome di battesimo derivato dal nome di mio nonno paterno, aveva appena acquistato la gestione del bar più frequentato del paese, per cui mi chiese di aiutarlo ed in cambio mi avrebbe pagato l’affitto della camera da studente, che avrei dovuto prendere in locazione a Palermo, per poter proseguire il mio percorso di studi all'università.
La proposta era davvero molto avvincente, ma io ero poco più che un diciannovenne "timido e riservato", per cui come avrei potuto lavorare in un bar a stretto contatto con tanti perfetti sconosciuti, quando il mio viso da “fanciullino” arrossiva non appena qualcuno “osava semplicemente rivolgermi la parola”?
Eppure fu così che, mio malgrado, iniziai a lavorare come “cameriere tuttofare” al bar di mio fratello Guglielmo e lo feci per tanti brevi periodi di tempo, nel corso di diversi anni, tanto che, ancora oggi che non vivo più in Sicilia da oltre 25 anni, questo mio ricordo continua a tormentarmi sotto forma di "terrificante incubo ricorrente".
In ogni caso a poco a poco quella mia iniziale "timidezza infantile" si affievoliva ed io diventavo sempre più bravo a trattare con i clienti.
[26/5, ore 01:51] Scrivo:
In un bar in Sicilia negli anni ‘80 e ‘90 giravano tanti soldi ed il locale di mio fratello era l’unico nella provincia aperto 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, o quasi... si chiudeva solo il giovedì pomeriggio, ma solo per poche ore.
Ritornerò a parlarvi di questa mia esperienza, ma adesso voglio cogliere l’occasione per parlare della
"Vera cultura mafiosa in Sicilia".
Lavorando al bar di mio fratello, cominciavo a notare, oltre ai soliti “maleducati avventori", anche piccoli strani comportamenti, come ad esempio “pagarsi il caffè tra amici”.
Questo tipo di comportamento
fa pienamente parte della
"cultura mafiosa"
di cui stiamo parlando!!!
Voglio spiegarVi meglio di cosa si tratta.
[26/5, ore 01:53] Scrivo:
A Napoli esiste il “caffè sospeso”,
mentre a Roma si paga "alla romana”,
e via discorrendo...
“Paese che vai, usanza che trovi”.
Fin qui nulla di strano,
ma in Sicilia è tutto diverso!!!
Finalmente “cado tra le braccia di Morfeo” e mi addormento dolcemente, ma il giorno dopo mi viene in mente di parlare di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, quindi lo appunto come promemoria sempre sul mio cellulare, tramite WhatsApp.
[27/5, ore 11:12] Scrivo:
Parlare di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino:
“Le nostre idee camminano sulle vostre gambe”.
Oggi è il 27 maggio 2026 ed ancora una volta non riesco a chiudere occhio,
per cui torno a scrivere dal mio cellulare, sdraiato bello comodo sul mio lettuccio,
con il cuscino ergonomico e la TV accesa come sottofondo.
Quindi ritorno ai miei ricordi di gioventù…
[27/5, ore 23:32] Scrivo:
In quegli anni in Sicilia, negli anni in cui io ero già diventato maggiorenne, anche se la mia testa ed il mio cuore ragionavano e si comportavano ancora come se fossi rimasto un semplice ragazzino, anche un poco ingenuo e sprovveduto.
Insomma ero ancora un poco “incantato”, cioè a dire "imbambolato ed intontito", aggettivi che forse rendono meglio l’idea, ma la responsabilità che mi aveva caricato sulle spalle mio fratello maggiore mi ha trasportato, anzi catapultato, direttamente dall’adolescenza all’età adulta.
Infatti, il “Bar Riviera”…
Il bar più frequentato nella zona…
Il bar che rimaneva praticamente sempre aperto…
Il bar dove le persone si incontravano "non solo" per prendere un caffè…
Il bar che era anche (e lo è ancora oggi) una gelateria,
una cornetteria, una pasticceria e dove, nell’ora di pranzo,
se vuoi puoi anche ordinare un primo già pronto, solo da scaldare…
Insomma, voglio dire, che già all’età di poco più che diciannove anni, avevo addosso la responsabilità di gestire un locale, nelle ore notturne, che sono le più pericolose, in quanto la notte gira la peggior feccia di persone, in quanto spesso ubriache ed a volte persino drogate.
Dicevo appunto che in pochi mesi di lavoro, avevo già imparato a saper riconoscere gli avventori, sia i soliti clienti, sia gente mai vista prima e la mia esperienza mi consentiva di osservare attentamente i comportamenti delle persone che entravano nel locale.
Pertanto vedevo atteggiamenti strani ed avevo imparato a far finta di niente, per non venire a trovarmi nei guai, cosa che non potevo permettermi, in quanto il mio compito, affidatomi direttamente da mio fratello maggiore Guglielmo, era quello di mantenere la calma ed evitare ogni sorta di problema potesse insorgere.
[27/5, ore 23:44] Scrivo:
Praticamente, mio fratello si inventava di tutto e naturalmente, essendo lui il proprietario, di giorno si occupava di preparare gelati, cornetti, primi (comprati già pronti e solo da scaldare, come ho già sottolineato), ma soprattutto si occupava dell’approvvigionamento delle scorte, trattando con i vari rappresentanti delle molteplici ditte fornitrici.
Bene... se la presenza di mio fratello era necessaria, anzi direi indispensabile, nelle ore diurne, qualcuno doveva occuparsi della gestione del locale durante le ore notturne…
Così mio fratello si svegliava (con calma)
alle 8:00 del mattino, per arrivare al bar e gestire la
“SUA CREATURA”...
Mi esprimo in questi termini perché, effettivamente, mio fratello Guglielmo si è sempre dimostrato un ottimo gestore della sua attività, in quanto si è davvero inventato di tutto pur di fare soldi… tanti soldi, davvero tantissimi.
Da parte mia, invece, di giorno dormivo e non pranzavo nemmeno con la mia famiglia, in quanto mi svegliavo verso le 17:30 per essere pronto a prendere servizio al bar già alle 18:00 di sera, continuando il mio lavoro per tutta la notte, fino all'arrivo, al mattino inoltrato, di mio fratello.
[27/5, ore 23:55] Scrivo:
Il mio lavoro consisteva nel prendere gli ordini ai numerosi tavolini del bar che, solo quelli esterni, erano circa una trentina, mentre all’interno erano presenti 6 panche, capaci di ospitare fino a 36 clienti.
Inoltre dovevo controllare la cassa e soprattutto sorvegliare che agli altri impiegati non gli venisse in mente di appropriarsi illecitamente del contenuto della stessa. Avrei voluto dire “tentassero di rubare", ma risulta decisamente poco elegante!!!
Si incassavano tanti soldi, soprattutto la sera ed ancora di più durante le notti dei fine-settimana, quando aprivano contemporaneamente le varie discoteche presenti nella zona.
Una tra tutte la discoteca “Il Koala Maxi”, all’epoca la discoteca più grande del Meridione d’Italia e capace di ospitare parecchie migliaia di persone, avendo a disposizione una struttura che al suo interno ospitava, se non ricordo male, tre diverse piste da ballo esterne, oltre alla pista principale interna.
[28/5, ore 00:02] Scrivo:
Ecco, mio fratello mi ha accordato una fiducia immensa, ma al contempo mi ha investito di una responsabilità, se possibile, ancora più grande e gravosa, per cui la notte, esattamente come l’Uomo Ragno, mi muovevo tra i tavoli, prendendo le ordinazioni di tutta quella folla di persone, venuta appositamente, per gustarsi un buon gelato, il gelato più buono della zona, a detta di molti.
E buono lo era davvero!!!
A proposito dell’Uomo Ragno
mi sovviene in mente l’insegnamento
di Zio Ben per Peter Parker:
<<Da grandi poteri derivano
grandi responsabilità>>.
Ma nel mio caso funzionava tutto
in modo “leggermente” diverso…
Continua ...