COMUNIC@RE PER VIVERE

&

VIVERE PER COMUNIC@RE

 

 

A Silvia,

a tutti i miei nipoti,

alle persone che amo, che ho amato

e che amerò per sempre,

alle persone che porto nel mio cuore,

alle persone che conosco, che ho conosciuto

e che spero di conoscere in futuro…

Infine a tutti voi, care amiche ed amici,

che mi seguite con affetto sui social…

 

Autore dell’opera

Vincent van Gogh

Titolo dell’opera

“La notte stellata”

Link dell’immagine:

https://www.musee-orsay.fr/fr/oeuvres/la-nuit-etoilee-78696

 

 

MY SOCIAL-NOTE-BOOK

Capitolo primo

Introduzione

COMUNIC@RE PER VIVERE & VIVERE PER COMUNIC@RE

“Introduzione alla comunic@zione”

 

Che cos’è la comunicazione e cosa significa veramente

comunicare???

L’etimologia ed il significato di questo termine sono concetti relativamente semplici, accessibili e di agevole comprensione, tanto che, se per esempio, proviamo ad utilizzare internet applicando la moderna e sempre più avanzata intelligenza artificiale, l’AI  probabilmente ci risponderebbe in questi termini:

<<La parola comunicare deriva dal latino commūnicāre, che significa “mettere in comune”, “condividere” o “rendere partecipe”. Il termine è composto da cum (“con” - “insieme”) e munus (“dono” - “incarico” - “dovere”), indicando l’azione di condividere qualcosa con altri, quasi come un dono reciproco>>.

Invece, provando a digitare su Google il termine “comunicare” si scopre la seguente definizione:

<<Comunicare significa mettere in comune, condividere informazioni, pensieri, emozioni ed intenzioni tra un mittente ed un ricevente. Deriva dal latino communicare (“mettere in comune”) ed è un processo bidirezionale, verbale e non verbale, essenziale per l’interazione umana>>.

Dal mio punto di vista, l’etimologia ed il significato di un termine o di una locuzione non sempre sono sufficienti a catturare interamente il fascino e l’ideale bellezza espressa dalla “semplice complessità” della nostra straordinaria e spesso incantevole lingua italiana.

Uso appositamente l’aggettivo “incantevole” nel suo senso strettamente  letterale:

la nostra lingua è meravigliosa, in quanto capace di “incantare”, cioè ammaliare e sedurre con la sua pronuncia, la sua melodia e la sua musicalità, la sua grammatica e la sua sintassi e, non per ultimo, il significato intrinseco ed il valore profondo di ogni singola parola.

Questa sorta di magnetismo (il “fascino incantevole” a cui faccio riferimento) si ritrova anche nelle più semplici espressioni, perfino nelle affermazioni quotidiane, che restano alla base di ogni tipo di comunicazione, intesa non come semplice passaggio di informazioni, ma come scambio reciproco di pensieri ed opinioni (cioè quel “dono condiviso” a cui fa riferimento la definizione citata innanzi), a prescindere dal valore di ogni singola idea.

Ma io non voglio limitarmi a questo tipo di analisi e di certo non voglio nemmeno comporre un trattato sulla comunicazione, Dio me ne scampi!!!

Sia chiaro che la mia intenzione non è quella di scrivere una tesi e neanche imbastire una dissertazione accademica, in quanto, riconoscendo di non possedere un rigore strettamente scientifico, che non mi appartiene in quanto non sono né uno psichiatra né tantomeno uno specialista in materia di patologie mentali, ho preferito evitare teorizzazioni che potrebbero risultare superficiali e prive di fondamento.

In queste mie riflessioni personali cerco piuttosto di dare spazio a ragionamenti e dissertazioni, forse un po’ frammentari e ricchi di divagazioni, citazioni ed elucubrazioni mentali.

Queste mie considerazioni si sviluppano liberamente, senza la pretesa di giungere a conclusioni assolute o dogmatiche e, soprattutto, senza l’ansia della dimostrazione scientifica, in quanto scaturiscono, come un vulcano in eruzione, esclusivamente sul terreno della mia propria esperienza di vita vissuta.

In sostanza, si tratta di un percorso libero che non cerca la perfezione analitica, ma il piacere dell’esplorazione e del confronto e che mi piace definire come un

 “viaggio esplorativo nella mia coscienza”.

Il mio intento non è nemmeno quello di accendere un “infuocato dibattito”, tanto di moda su alcune trasmissioni televisive, che tanto successo riscuotono ai nostri giorni.

Non basta e non ci si può limitare a rintracciare informazioni su internet, magari con l’aiuto della tanto demonizzata AI (Artificial Intelligence - che in italiano si traduce semplicemente come Intelligenza Artificiale), tanto di moda ai giorni nostri.

Certo questo può essere solo un punto di partenza… un approccio leggero ed un invito garbato ad approfondire l’interesse per l’argomento, allo scopo di solleticare lo sviluppo della nostra cultura, insomma una forma di raffinato stimolo al fine di incoraggiare o risvegliare l’interesse verso il tema in questione, con il fermo obiettivo di stabilire un sensibile e sofisticato contatto con la nostra stessa formazione culturale che, inevitabilmente, deriva dall’applicazione di un metodo del tutto diverso ed estremamente più complesso e sofisticato.

Un metodo certamente molto diverso, per esempio, da quello che hanno imparato ad usare persone come me, nate nel secolo scorso.

Per inciso io sono nato il 18 marzo del 1972, ho 54 anni e sono del segno dei “Pesci”, come canta Antonello Venditti, inoltre vorrei sottolineare l’anno di nascita: 1972, come spesso mi capita di dire: “annata buona”... (come quando si parla di un ottimo vino da degustare).

Modestia a parte, sorvolando su queste mie futili divagazioni e ritornando al discorso iniziale, dicevo che nell’altro millennio (cioè quando sono nato io) le persone che andavano a scuola, dalle elementari alle medie e finanche alle superiori, erano “costrette” ad usare l’enciclopedia per svolgere il compito loro assegnato e, con riluttanza, ci si appoggiava al tristemente noto “dizionario enciclopedico”, il prontuario generale per approfondire qualsiasi tipo di argomento.

Solo per i ragazzi di oggi, leggiamo da internet:

<<Enciclopedia = opera omnia che raccoglie ed ordina sistematicamente le nozioni di tutte le discipline o di un ambito specifico>>.

Qui non si tratta di “fare una ricerca” per approfondire un argomento che, magari, non ci interessa affatto, in quanto risulta estraneo alla nostra concreta ed effettiva curiosità intellettuale ed al nostro legittimo desiderio di accrescere la nostra conoscenza e la nostra coscienza.

Il mio orientamento è del tutto diverso e non vuole neanche essere una strategia intermedia… in medio stat virtus... tanto celebre locuzione latina che in sostanza significa semplicemente che

“la virtù sta nel mezzo”.

La mia prospettiva segue una direzione del tutto diversa rispetto a questo tipo di approccio, che potremmo definire “analitico” ed utilizza un procedimento assolutamente differente da questo metodo che potremmo definire “studio dettagliato, particolareggiato e circostanziato”.

Vorrei infine evitare e persino scongiurare lo "studio matto e disperatissimo" del noto ed illustre Giacomo Leopardi.

La mia prospettiva o, per meglio dire, la mia “personale visione”, si discosta “sensibilmente” dall’approccio propriamente detto “metodo analitico”, del quale, per inciso, da un punto di vista puramente scientifico ne riconosco, ne apprezzo e ne condivido pienamente l’indubbia efficacia nella risoluzione di un qualsiasi tipo di problema, semplice o complesso che sia.

Personalmente penso che l’applicazione rigorosa di una “metodologia standardizzata”, quale il metodo dialettico teorizzato da Socrate (solo per fare un esempio illustre), basato su:

1) Ipotesi;

2) Tesi;

3) Confutazione;

sia indispensabile ed imprescindibile per la ricerca in ogni campo del sapere e della conoscenza umana.

Il mio punto di vista si differenzia radicalmente da questo tipo di impostazione di stampo puramente razionale, funzionale ed efficiente, che è congeniale allo studio dei cosiddetti “Massimi Sistemi”, o semplicemente ben si addice all’approfondimento di uno specifico argomento, analizzato attraverso l’applicazione di uno studio orientato su un sistema perfettamente organizzato e strutturato in modo efficiente ed analitico.

Ma quando si tratta di affrontare le complesse relazioni umane a volte questo può non bastare, nel senso che l’analisi, attraverso l’applicazione della sola razionalità, non è in grado di comprendere e spiegare pienamente certi meccanismi e proprio per questo motivo ho già espresso il concetto che il mio approccio prevede una notevole quota di “sensibilità” e tanto altro ancora (Ironia - sarcasmo - citazioni artistiche ed altro ancora).

Il mio metodo segue una strada del tutto diversa e va, si fa per dire,  “contromano”, cioè segue la direzione opposta a quella precedentemente descritta ed in pratica se ne discosta nettamente ed in modo energico e risoluto.

Per meglio chiarire il mio personale tipo di approccio, si potrebbe dire, ad esempio, che il mio pensiero sia esattamente il perfetto opposto della “prospettiva a volo d’uccello”... o come viene comunemente denominata:

la classica “Visione a volo d’uccello”.

Ricercando sempre su Google:

<<La prospettiva a volo d’uccello è una tecnica di rappresentazione grafica che simula una veduta dall’alto, posizionando il punto di osservazione molto in alto rispetto al soggetto. Spesso utilizzata in cartografia ed urbanistica, permette di cogliere con un solo sguardo l’intero sviluppo spaziale di un paesaggio, di un edificio o di una città>>.

Senza nulla togliere a Leonardo da Vinci (considerato il primo artista occidentale ad aver applicato una visione a volo d’uccello realistica e moderna), se io applicassi questa fantastica, eccezionale e stupefacente tecnica di rappresentazione, che nacque e fu sviluppata e perfezionata durante il Rinascimento, grazie allo studio dei più grandi e noti artisti dell’epoca, commetterei un errore di valutazione, un errore di “prospettiva”... per l’appunto!!!

Se posso, vorrei spiegarmi in modo ancora più approfondito e per questo mi permetto di fare un paragone, anzi no, per meglio dire:

UNA METAFORA.

Nella prospettiva il “soggetto che guarda” si mantiene a ben debita distanza dall’oggetto rappresentato, ed il risultato, a volte, può essere un’autentica opera d’arte!!!

Ma se un dottore, magari specializzato e preparatissimo sull’analisi e lo studio di una specifica patologia, si tenesse a “debita distanza” dal paziente, si potrebbe definire a tutti gli effetti un “bravo dottore”???

Un bravo dottore, in quanto tale, deve in primo luogo empatizzare con il paziente e, prima ancora di esaminare e predisporre una terapia specifica per il soggetto, deve studiare e conoscere perfettamente la sua cartella clinica, cioè l’anamnesi del paziente, detto in parole povere: la “storia clinica” del paziente, o per meglio dire, la storia e l’origine della diagnosi della “PERSONA” che il medico ha in cura.

Non a caso ho scelto come colonna sonora di questa mia modesta pagina social l’incantevole canzone di Franco Battiato - “La cura”.

Ma, ritornando al nostro discorso, un bravo dottore, per essere effettivamente tale, deve svolgere al meglio il suo delicatissimo ed impegnatissimo lavoro, carico di responsabilità, oneri ed onori… (se non ricordo male dovrebbe esistere una sorta di “Giuramento di Ippocrate”).

Essendo affetto da disturbo bipolare, sono in cura presso il “Centro di Salute Mentale” (CSM) di Riccione già da parecchi anni ed in questo lungo arco di tempo si sono succeduti vari psichiatri, che si sono occupati della mia particolare situazione clinica, purtroppo, non sempre con esiti tangibili ed efficaci.

Credo fermamente che un bravo medico debba mettercela tutta per aiutare i propri pazienti, specialmente nell’ambito delle patologie psichiatriche, dove ogni individuo presenta una situazione clinica che costituisce di per sé un percorso terapeutico unico ed irripetibile.

Pertanto, un bravo psichiatra deve impegnarsi a ricercare il trattamento opportuno e la terapia adeguata, che aiutino l’individuo, o per meglio dire “la persona”, che ha in cura a guarire o, quanto meno a sentirsi meglio e vivere decorosamente e dignitosamente la propria vita.

Di conseguenza l’obiettivo minimo risulta essere il mantenimento di un tenore di vita adeguato e necessario a garantire condizioni esistenziali accettabili, tenendo conto della specificità della particolare patologia di cui soffre il paziente e che in certi casi può risultare cronica e spesso anche e purtroppo degenerativa.

In buona sostanza la “missione” di un bravo dottore specialista in psichiatria, non si esaurisce nella corretta esecuzione della prestazione professionale e nello svolgere al meglio il proprio lavoro, richiamando i principi sanciti dal già citato “Giuramento di Ippocrate”, ma a maggior ragione il compito fondamentale di uno psichiatra supera la corretta e mera esecuzione della semplice prestazione professionale e si traduce in un preciso imperativo etico:

“Impegnarsi con ogni mezzo a sua disposizione per consentire a ciascuno dei propri pazienti di vivere nella massima autonomia personale possibile, cioè fare tutto il possibile per aiutare ogni persona a ritrovare la propria dignità di vita”.

In poche parole un bravo psichiatra è chiamato a dare il massimo delle sue capacità e “condurre per mano” il proprio paziente verso un percorso di conquista o della riconquista della sua massima autonomia personale possibile.

Solo in questo modo il paziente può essere in grado di raggiungere, pur nella consapevolezza della propria malattia, un giusto ed adeguato benessere psicofisico, in modo da tornare a vivere un’esistenza dignitosa ed appagante.

Precisato questo concetto, sia ben chiaro che io non sono un dottore, o meglio sono un dottore in architettura, ma non ho studiato Medicina, né tantomeno ho conseguito alcuna specializzazione in psichiatria o psicologia od altri corsi di perfezionamento in materia.

Ritornando alla spiegazione del mio approccio del tutto personale, oserei affermare che:

"Il mio punto di vista è quello dell’oggetto

rappresentato che guarda l’osservatore”.

Sono perfettamente consapevole della complessità di quanto ho appena enunciato e mi rendo conto che sia un concetto difficile da “comunic@re”.

Introducendo un concetto tanto intricato e per nulla semplice da spiegare ho lanciato una sfida difficile ed impegnativa, ma come ha detto un “certo” Cesare: “Alea iacta est”, che in pratica vuol dire “Il dado è tratto”... i giochi sono ormai del tutto o quasi scoperti ed il mio destino è affidato alla buona o cattiva sorte.

Sto percorrendo una strada senza ritorno… ho intrapreso un’iniziativa irrevocabile… un gesto irreversibile e non ho alcuna intenzione, nessuna esitazione, né alcun rammarico di tornare indietro e di certo non vorrei commettere lo stesso errore commesso da “Orfeo”.

Cito da Google, perché questa è una delle più commoventi tra le storie della mitologia greca:

<<Il mito di Orfeo ed Euridice è una delle storie d’amore e morte più celebri della mitologia greca, simbolo del potere assoluto della musica e del dolore per la perdita. Rappresenta la figura di Orfeo, cantore divino e semidio tracio, figlio del dio Apollo e della musa Calliope. Orfeo possedeva una lira donatagli da Apollo, con la quale suonava melodie così dolci ed incantatrici da ammansire le fiere, commuovere le pietre e piegare gli alberi al suo volere.

Orfeo sposò la ninfa Euridice. Poco dopo le nozze, mentre fuggiva dalle insidie del pastore Aristeo, Euridice venne morsa mortalmente da un serpente. Orfeo, straziato dal dolore, decise di scendere nell'Oltretomba (Ade) per riportarla in vita. Con il suono della sua lira, riuscì a placare mostri infernali come Cerbero e Caronte e a commuovere gli dei dell’Ade.

Il dio degli inferi, Ade, concesse ad Orfeo di riportare Euridice (la sua sposa) nel regno dei vivi. Pose però un’unica, severa condizione: Orfeo avrebbe dovuto camminare verso l’uscita senza mai voltarsi indietro a guardare l’amata finché non avessero entrambi raggiunto la luce del sole.

Orfeo si mise in cammino e, fidandosi ciecamente, seguì il percorso al buio. Ma, proprio un attimo prima di sbucare nel mondo dei vivi e vincere la morte, sopraffatto dal dubbio e dal desiderio di assicurarsi che Euridice fosse davvero dietro di lui, si voltò a guardarla. Euridice venne così risucchiata per sempre nell’Oltretomba”.

In sostanza o, se vogliamo, la morale è che non bisogna mai guardarsi indietro per tornare sui propri passi, in quanto questa azione è deleteria e “può nuocere gravemente alla salute”, esattamente come “Bacco, tabacco e Venere”, che riducono l’uomo (e la donna) in cenere.

Bene, scherzi a parte, questa è la mia sfida… una sfida che rivolgo a me stesso e, se vorrete, potrete essere testimoni ed attenti osservatori di questo mio viaggio singolare e stravagante  e, come ci ha ampiamente raccontato Omero nella sua “Odissea”, la guerra di Troia è finita ed adesso si torna a casa, ma il viaggio di Ulisse è lungo ed intriso di peripezie, vicissitudini e traversie.

Proprio per queste ragioni, affronterò la questione più approfonditamente in altri “post”, introducendo nuovi criteri ed apportando ulteriori logiche dimostrative, ma soprattutto raccontando e condividendo con voi,

mie care amiche ed amici social,

la mia esperienza personale in modo diretto e, per quanto possibile, affronteremo insieme schiettamente ed apertamente sintomi, pregi e difetti della mia malattia:

“IL BIPOLARISMO”.

In realtà io sono solo ed esclusivamente un paziente… un paziente come tanti… un paziente che convive da molti anni con una malattia cronica e che, da “paziente”, ha imparato a

NON VERGOGNARSI DELLA PROPRIA MALATTIA.

Non è stato semplice e di certo non è stato facile accettarlo e vi assicuro che il percorso per arrivare a questa mia consapevolezza è stato lungo, travagliato e pieno di insidie, proprio come il viaggio di Ulisse per ritornare alla sua patria Itaca.

Ho ricevuto la mia diagnosi per la prima volta nel lontano 2008, ma in realtà avevo avuto altre crisi simili in precedenza, ma senza una vera e propria diagnosi accertata e convalidata… ma di tutto ciò ne vorrei parlare in altri “post”, per raccontare approfonditamente quello che ho vissuto, senza averne ancora la piena consapevolezza.

Bene… ritorniamo per un attimo a quello che mi è successo dopo il “TSO” del 2008 in Sicilia, che non rappresenta l’inizio della mia malattia, ma penso che questo specifico episodio di “crisi” sia particolarmente significativo, per conservi di entrare più a fondo nel mio mondo.

Partiamo da una piccola premessa:

 

Salve, mi chiamo Massimo e soffro di

Bipolarismo”...

Di sicuro non ti presenti così ad un colloquio di lavoro, ma non prendi neanche questo tipo di argomento così delicato con un estraneo o con il tuo vicino di casa.

Ma come affronti la “questione” con i tuoi amici più cari… e poi come ti relazioni con le altre persone e soprattutto con i tuoi familiari???

Le malattie psichiatriche, come tante altre malattie, vanno nascoste… nessuno lo deve sapere… anche le persone a te più care, i tuoi genitori, i tuoi fratelli e le tue sorelle pensano:

“Massimo si comporta così perché tanto è matto”... 

Ed all’inizio ci credi anche tu e te ne fai una colpa e ti chiedi perché sia capitato proprio a te.

Cominci ad osservare come gli altri ti guardano e come si relazionano con te e naturalmente tu fai di tutto per nascondere i sintomi della tua malattia, ma non è semplice perché, solo per fare un esempio, quando le gambe iniziano a tremarti, anzi per meglio dire, gli arti inferiori ti “ballano” proprio come se fossi in discoteca, diventa un’impresa anche solo stare in piedi, mantenendo una postura che appaia dignitosa e normale.

Cominci a pensare che se ti comporti in un determinato modo “la gente” in generale, ma anche le persone a te care, ti giudichino… ed il risultato, alcune volte, ma nel mio caso posso dire spesso, anzi direi proprio molto spesso, può anche essere che le persone, non riuscendo a comprendere fino in fondo quello che ti sta succedendo, decidano di allontanarsi da te.

Così rimani da solo con i tuoi “pensieri malati” e le tue “riflessioni più cupe” e, nel frattempo, ti accorgi di aver perso amici e conoscenti e per questo ti ritrovi a roderti dentro e logorarti l’anima, alla costante e disperata ricerca di una via d’uscita.

La sentenza del pensiero della gente comune può essere molto severa a volte e così perdi anche le persone a te più care, perché comincia a girare la voce che

“SEI STRANO”.

Ne prendi atto, pian piano ti indurisci l’animo,

raccogli le poche forze che ti son rimaste

e cerchi di andare avanti… nel bene e nel male!!!

Ad un certo punto della mia vita la mia fortuna, o se vogliamo, il mio stratagemma, è stato quello di “fare le valigie e partire”, pertanto ho abbandonato la mia cara Sicilia e mi son trasferito da una piccola borgata di mare ad una città, Riccione in provincia di Rimini, a circa 1.250 chilometri di distanza.

… ma questo è tutto un altro “post”!!!

ulisse-niguein-noprofit-profuture.org

 

Come traccia sonora di questo post ho scelto:

Autore del brano - Franco Battiato

Titolo del brano: “La cura”

Album: “LA CURA”

Anno di pubblicazione - 2000

 

URL video della traccia sonora

https://youtu.be/cLJp-YJeuzc?list=RDcLJp-YJeuzc

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