COMUNIC@RE PER VIVERE
&
VIVERE PER COMUNIC@RE
A Silvia,
a tutti i miei nipoti,
alle persone che amo, che ho amato
e che amerò per sempre,
alle persone che porto nel mio cuore,
alle persone che conosco, che ho conosciuto
e che spero di conoscere in futuro…
Infine a tutti voi, care amiche ed amici,
che mi seguite con affetto sui social…
Autore dell’opera
Renato Guttuso
Titolo dell’opera
“La Vucciria”
Link dell’immagine:
https://www.analisidellopera.it/vucciria-di-renato-guttuso/

MY SOCIAL-NOTE-BOOK
Capitolo primo
Quarto paragrafo
COMUNIC@RE PER VIVERE & VIVERE PER COMUNIC@RE
“La vera cultura mafiosa in Sicilia”
Mie carissime amiche e carissimi amici social,
in una precedente pagina, già pubblicata nel mio “Comunic@libro”, avevo promesso di condividere con voi, attraverso le mie solite smisurate riflessioni, alcuni tra i tanti frammenti di una vita vissuta, giorno per giorno, sempre in compagnia della mia
“SINDROME BIPOLARE”.
Pertanto, penso che sia finalmente arrivato il momento di aprire il mio scrigno dei ricordi per intraprendere un racconto genuino, che ha inizio dalla schietta cronistoria e dalle particolareggiate descrizioni delle mie umili origini, fino ad a giungere a “toccare con mano” il legame fiero con le mie radici siciliane.
Ho trascorso la notte tra il 25 ed il 26 maggio del 2026 prendendo note ed appunti sul mio cellulare, con l’intenzione di scrivere solo alcune righe che, invece, si sono poi trasformate nel “post” che state per leggere e che, spero sinceramente, riesca a catturare la vostra attenzione fino alla fine, consentendomi di coinvolgervi emotivamente nelle mie deliranti testimonianze di una vita vissuta sempre e costantemente al “Massimo”.
Concedetemi questo piccolo gioco di parole, basato sul mio nome di battesimo, ma che vuole essere anche e soprattutto un omaggio al grande Vasco Rossi, che con la sue canzoni “Vado al massimo” e “Vita spericolata” aveva già anticipato tutto e tutti, come solo lui sa fare!!!
Come già annunciato, trascrivo queste righe direttamente dagli appunti salvati sul mio cellulare, durante quella notte irrequieta, convulsa e quasi del tutto insonne, eppure al tempo stesso “straordinaria, sensazionale ed anche un po’ magica”. Queen - “It’s a Kind of Magic” (1986).
Quella notte, che potrei definire incantevole, ammaliante e, per certi versi, anche speciale ed indimenticabile, proprio non riuscivo a prendere sonno, preso da tanti pensieri ed immerso, anzi per meglio dire, sommerso da un flusso inarrestabile di ricordi, tanti piacevoli aneddoti ed innumerevoli reminiscenze ed angosciose rimembranze, che hanno caratterizzato il corso della mia infanzia e della mia adolescenza.
Le “folli notti” trascorse a rincorrere i pensieri del passato sono spesso le più autentiche e quando il silenzio intorno a noi diventa assordante, il trambusto aggrovigliato dei ricordi più bui e tetri si presenta implacabile.
Il silenzio, che pure sembrava incantato, non riusciva a conciliare il mio sonno, per cui a volte capita che, tra lo scorrere di fiumi di parole, dalla propria coscienza si sprigioni la nostra più vera e sincera essenza.
Fino al conseguimento della maturità scientifica ho vissuto, quasi esclusivamente a Donnalucata, una piccola borgata di mare, dove tutti si conoscono e dove la vita di ognuno è giorno per giorno sulla bocca di tutti.
Nel marzo del 2005, dopo aver superato l’Esame di Abilitazione e diventare “Dottore in Architettura”, decisi in modo improvviso e fulmineo di trasferirmi a Riccione e questa decisione presa in modo tanto repentino, per non dire all’impazzata, ha rappresentato per me una sorta di spartiacque all’interno della mia stessa esistenza.
Uno spartiacque simile per certi versi, al viaggio attraverso un portale interstellare, lo stesso portale di cui si parla nel nella pellicola intitolata “Stargate - Il portale delle stelle”, indimenticabile film degli anni ‘90, diretto da Roland Emmerich ed interpretato, tra gli altri, da Kurt Russell e James Spader.
Mi ero follemente innamorato di Silvia, la donna che in seguito sarebbe diventata mia moglie, ed avevamo deciso che mi sarei trasferito a Riccione, per vivere finalmente insieme, dopo quasi un anno e mezzo trascorso a sentirci al telefono, quotidianamente per ore ed ore, soprattutto in tarda serata.
Questa scelta di trasferirmi a Riccione costituiva per me non solo un azzardo, ma una vera e propria incognita; quasi come tentare di risolvere l’Equazione di Schrödinger.
Per rinfrescarvi la memoria ed alleggerire un poco il ritmo della storia, mi permetto di ricordarvi, semmai qualcuno di voi,
mie care amiche ed amici social,
abbia mai visto “The Big Bang Theory”, una delle più straordinarie e stravaganti serie televisive, dove i protagonisti, oltre alla mitica “Penny”, sono un gruppo di ragazzi “nerd”, che lavorano alla “Caltech” (California Institute of Technology) di Pasadena, in California.
“Nerd” in italiano si potrebbe tradurre come “secchione” ed è riferito ad una persona con una spiccata passione per la tecnologia e la scienza in generale, ma definisce anche individui che nutrono una pura passione per la programmazione avanzata, il collezionismo, i giochi di ruolo e tanto altro ancora.
Anche se oggi il termine “nerd” non è più considerato un insulto, ma è diventato piuttosto un vero e proprio motivo di vanto, in quanto definisce uno stile di vita alquanto stravagante, originariamente la definizione di “nerd” comprendeva un soggetto introverso, un po’ goffo e con scarse capacità relazionali… in poche parole un nerd è un asociale, sociopatico ed a volte persino psicopatico e soggetto a manie ossessivo-compulsive.
In buona sostanza il nerd un tempo veniva considerato alla stregua di un
“disadattato o malato mentale”.
In ogni caso, anche se non avete mai sentito nominare o non avete mai visto nemmeno un episodio della serie televisiva “The Big Bang Theory”, la cosa che in questo contesto intendo chiarire riguarda la mia situazione emotiva di quel particolare momento della mia esistenza:
durante il viaggio in macchina, durato oltre 14 ore, mi sentivo come il famoso gatto del paradosso inventato dal fisico Schrödinger (la pronuncia corretta è: “shrö - din - gher”) per spiegare la sua complicata teoria, che non sto qui ad analizzare, per non dilungarmi troppo e per non risultare troppo noioso e pedante.
Ma con l’aiuto di Google vi spiego con calma di cosa si tratta:
<<Il paradosso del gatto di Schrödinger è un famoso esperimento mentale ideato dal fisico Erwin Schrödinger nel 1935 ed evidenzia i paradossi derivanti dall’applicazione della meccanica quantistica agli oggetti macroscopici.
Schrödinger immagina un gatto chiuso in una scatola con un atomo radioattivo (che decade al 50%), un contatore geiger e del veleno.
“Il paradosso del gatto”
Secondo l’interpretazione di Copenaghen della fisica quantistica, prima di aprire la scatola e osservare l’interno, l’atomo si trova in una “sovrapposizione di stati” (sia decaduto che integro). Di conseguenza, l’intero sistema si propaga al gatto e finché la scatola rimane chiusa, il gatto sarebbe contemporaneamente sia vivo che morto.
Il paradosso nasce quando ci rendiamo conto che nel nostro mondo macroscopico un gatto non può trovarsi in uno stato ibrido. L’obiettivo di Schrödinger non era sostenere l’esistenza di gatti zombie, ma dimostrare l’assurdità di estendere le leggi del microcosmo (le particelle) al mondo visibile.
Oggi il paradosso del gatto di Schrödinger si spiega attraverso la decoerenza quantistica, cioè un sistema complesso come un gatto non è mai perfettamente isolato, ma interagisce costantemente con l’ambiente circostante e questa interazione distrugge quasi istantaneamente la sovrapposizione di stati.
In sostanza il sistema collassa in uno stato classico ben definito (vivo o morto) molto prima che un osservatore umano apra materialmente la scatola>>.
Penso davvero che neanche Google riesca a spiegare in modo semplice questo “paradosso” così complicato, in ogni caso la confusione in testa, che probabilmente è venuta anche a qualcuno di voi nel cercare di comprendere questo benedetto paradosso di Schrödinger, è esattamente la stessa di quella che attraversava la mia labile e fragile mente, durante quelle lunghe 14 ore di tragitto per raggiungere la meta, o se vogliamo dire, per raggiungere Silvia, ovvero l’altra mia metà della mela.
Si fa per dire, ma si fa anche per riderci sopra e rendersi conto che basta solo un accento per cambiare tutto il significato di un intero periodo.
In ogni caso, potrei tranquillamente affermare che prendere quella decisione rappresentò per me come varcare una porta “spazio-temporale”, una sorta di salto nel buio attraverso uno
“Stargate - La porta delle stelle”.
Consultando Google, ricerco la definizione di metafora che
<<è una figura retorica in cui si sostituisce una parola con un’altra il cui significato letterale è diverso, ma è legato alla prima da un rapporto di somiglianza od analogia implicita>>.
Pertanto la metafora che ho citato calza a pennello, in quanto il viaggio che mi ha condotto da Donnalucata, nel profondo Sud della provincia di Ragusa, fino alla più famosa e rinomata località della riviera romagnola, mi ha proiettato direttamente in un universo parallelo.
Il mio trasferimento, questo “passaggio” oltre lo Stretto di Messina, avviene nel marzo del 2005, a bordo del traghetto “Caronte”, della compagnia di navigazione “Gruppo Caronte & Turist”, che esiste veramente e che da anni si occupa dell’attraversamento dello stretto di Messina, sul quale si vorrebbe costruire un ponte, del quale argomento cui non sto nemmeno a sindacare, potendo e volendo invece fare chiaramente riferimento al mitologico “Caronte”, il traghettatore dei dannati.
Nel terzo Canto dell’Inferno, il sommo poeta Dante Alighieri, giunto al cospetto di Caronte, il mitico nocchiere dell’Ade, non riesce a proferire parola, mentre Virgilio si rivolge al traghettatore di anime per imporre il passaggio di Dante, con i famosissimi versi:
<<Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare>>...
Versi celebri che Dante Alighieri fa pronunciare al suo accompagnatore Virgilio e che stanno a significare che l’intervento del volere divino consente al poeta, che non è ancora morto, il viaggio nell’oltretomba.
Ma ritornando al nostro racconto, quella scelta improvvisa e fulminea ha tracciato nella mia esistenza una linea di demarcazione profonda come la “Fossa delle Marianne” ed è stata un’esperienza paragonabile ad un salto nel buio, come tentare di risolvere un’equazione ricolma di incognite “impazzite”.
Questa mia scelta avventata è paragonabile all’atto di varcare la soglia di una “porta magica”, esattamente come attraversare quello stesso “portale interstellare”, ricco di simbologie egizie da decifrare e che conduce direttamente in un mondo alieno, completamente nuovo e tutto da scoprire.
Questo passo, che mi apprestavo a compiere, avrebbe modificato totalmente il mio futuro ed il mio destino, ma la destinazione del mio agognato viaggio, nei miei pensieri ricolmi di enigmi insolubili, avrebbe dovuto condurmi in un luogo magico, dove trovare il mio nuovo destino.
Il mio scrigno dei desideri, come il mitico “Vaso di Pandora”, in quel determinato momento della mia esistenza, come anche in questo preciso istante in cui vi scrivo,
mie carissime amiche e carissimi amici social,
contiene in ultimo anche tutte le mie più disincantate speranze, oltre ai miei personali sogni, legittime ambizioni ed infine anche il progetto per aiutare altre persone che, come me, soffrono di un qualche disturbo mentale, il tutto allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica delle poche persone che avranno voglia e tempo di leggere questi miei “folli e deliranti commenti”.
Vorrei spiegarmi meglio e per questo motivo riassumo brevemente la mitologia relativa al “Vaso di Pandora”.
“Il vaso di Pandora”
Zeus, o se vogliamo il dio Giove degli antichi romani, affidò un vaso a Pandora, la prima donna creata, cioè l’equivalente di Eva nella cultura cristiana.
Il vaso conteneva tutti i mali e le disgrazie del mondo, in quanto Zeus, mediante questo dono a “Pandora” (colei che possiede tutti i doni), intendeva punire gli uomini che, attraverso Prometeo, avevano rubato il fuoco al dio Efesto (il dio Vulcano nella cultura degli antichi romani).
Zeus proibisce a Pandora di aprire il vaso, ma Pandora disubbidisce (un po’ come fece Eva mangiando la mela proibita), e per pura curiosità scoperchia il vaso, che contiene tutte le piaghe ed i mali che da allora affliggono l’umanità e che, come venti fortissimi, si sprigionano e si disperdono in tutte le direzioni, per colpire l’umanità in tutte le parti del mondo.
La mitologia greca aggiunge, però, che per fortuna Pandora riesce in ultimo a chiudere il vaso, appena in tempo per conservare la sola “Speranza”.
Di certo chi ha studiato latino si ricorderà la celebre espressione
“Spe postrema dea”
che in italiano viene solitamente tradotta come “La speranza è l’ultima a morire”.
Bene, ricapitolata questa particolare parte della mitologia greca (che tra parentesi mi ha sempre interessato ed incuriosito molto), vorrei porre l’attenzione sul “Vaso di Pandora”, che contiene tutti i mali del mondo.
La mia metafora parte proprio da questo concetto, in quanto anche all’interno di una persona “mentalmente disturbata” come me, esistono tutti i mali del mondo, esiste cioè la parte peggiore di me, che emerge ogni qualvolta si presenti una nuova “crisi psicotica”.
Il segreto per scongiurare una crisi è quello di tenere chiuso il vaso, cioè non sottovalutare i sintomi della malattia e seguire pedissequamente la terapia, che mi viene prescritta ogni volta dalla o dallo psichiatra di turno, che mi ha in cura.
A tal proposito vorrei far presente, non senza un filo d’ironia, che grazie al “buon funzionamento” del sistema di prevenzione di salute mentale, nello specifico mi riferisco al “CSM” (Centro di Salute Mentale) di Riccione, ho già cambiato ben sei psichiatri, qualcuna o qualcuno davvero molto brava o bravo e preparata o preparato, ma per il resto stendo un velo pietoso e c’è da considerare che l’AUSL di Riccione, che viene gestito dalla Regione Emilia-Romagna, fornisce uno dei migliori servizi di sanità pubblica di tutta Italia; non oso immaginare cosa succeda nelle altre località italiane.
Sempre per continuare l’analogia con il “Vaso di Pandora”, per quanto riguarda la speranza, nel momento in cui si scoperchia il vaso ed io mi trovo in una situazione psicologicamente critica, che viene specificatamente definita “fase up”, da internet:
<<In una persona affetta da disturbo bipolare la “fase up” costituisce un periodo di umore molto alto, euforia ed al contempo di irritabilità>>,
la mia unica “speranza” è rappresentata da tutto l’amore e l’attenzione che solo mia moglie sa donarmi e per questo non manco di ringraziare Silvia, l’amore della mia vita e la donna della quale, ormai da tempo, non posso più fare a meno, in quanto rappresenta per me una presenza costante, vitale ed insostituibile.
Ma adesso torniamo ancora una volta
al racconto di questo mio viaggio verso la Romagna.
In sostanza, una volta presa quella benedetta decisione, mi apprestavo a vivere ancora una volta un’avventura del tutto nuova, tutta da decifrare e tutta da esplorare, ma questa volta avrei affrontato il mio destino non più tutto da solo, ma con la consapevolezza di poter contare su una forza straordinariamente grande:
l’amore, che smuove persino le montagne.
E chiudo la riflessione sull’argomento, citando ancora una volta il sommo poeta Dante Alighieri:
«L’amor che move il sole e l’altre stelle»
il verso conclusivo della “Divina Commedia” (Paradiso - Canto 33° - versetto 145), che chiude in modo superbo il viaggio di Dante, attraverso l’Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso.
Ad onor del vero va sottolineato che quel cambiamento ha avuto inevitabilmente la conseguenza di allontanarmi dalla Sicilia e lasciarmi alle spalle gli affetti a me più cari.
Innanzitutto i miei genitori, ma anche il resto della mia famiglia ed i pochi amici, con i quali nonostante la distanza e grazie ai quasi ventisette anni di conoscenza, il legame resta a tutt’oggi ancora ben saldo.
Il segreto della vera amicizia è proprio questo: sapere che l’altra persona c’è sempre nonostante tutto e che puoi contarci in ogni momento della tua vita, bello o brutto che sia.
A tal proposito mi ricordo come se fosse oggi che mio padre, fino a che era ancora in vita ed in buona salute, mi rammentava spesso:
“Massimo, gli amici non esistono, l’amicizia è solo convenienza”.
Certamente ascoltavo con rispetto ed attenzione i consigli che mio babbo di tanto in tanto mi elargiva, ma contemporaneamente ho sempre coltivato quelle poche ed autentiche amicizie, che mi porto dietro praticamente da una vita intera ed i cui rapporti si sono sempre più consolidati e che oggi sono ancora più forti che mai.
A parte questo, a volte penso di aver vissuto questo “distacco” come un trauma, che ha lasciato indietro frammenti del mio essere e pezzi della mia coscienza, che di tanto in tanto, emergono dal profondo del mio inconscio, reclamando la mia più totale e devota attenzione.
Il netto distacco tra la vita trascorsa in Sicilia e quello che ho vissuto successivamente, fino ad arrivare al mio attuale stile di vita, ha rappresentato per me una svolta epocale, uno spartiacque che segna come una sorta di netto confine, che ha influenzato irreparabilmente il corso della mia intera esistenza.
In ogni caso, quella “magica ed ammaliante” notte proprio non riuscivo a prendere sonno, in quanto mi sentivo sopraffatto da mille pensieri ed immerso, anzi per meglio dire, sommerso da un mare di vivide reminiscenze e dolorose rimembranze, relative al corso della mia infanzia e della mia adolescenza, indissolubilmente legate e vissute nella ristrettezza economica, tra stenti e privazioni, che hanno segnato profondamente la vita vissuta all’interno della mia umile famiglia d’origine.
Quella sera del 25 maggio 2026 eravamo stati a cena in un ottimo ristorante in riva al mare a Riccione ed avevamo assaporato un’ottima “busiata ai gamberi rossi di Mazara del Vallo”, piatto tipico del trapanese.
I sapori forti della mia terra natia devono aver risvegliato in me antichi ricordi ed è davvero incredibile come un sapore od un semplice odore possano rievocare tempi andati e, come una sorta di macchina del tempo, farti tornare indietro in un altro posto ed in un altro tempo.
Probabilmente proprio per questo mi sentivo tormentato da ricordi limpidi e cristallini, che mi riportavano indietro nel tempo e lontano nello spazio:
erano i ricordi di una vita trascorsa in quel piccolo borgo marinaro, che ogni estate tornavo a rivedere (almeno fino alla morte di entrambi i miei genitori), per concedermi qualche giorno di vacanza, da trascorrere in compagnia della mia famiglia e delle mie amiche ed amici più cari.
La mia mente, catapultata in uno stato confusionale, aveva iniziato a scavare a fondo nel mio passato e continuava a ripescare frammenti di un’esistenza densa di rimpianti, nostalgie ed amarezze e persino qualche cattivo rimorso.
Proprio per questo motivo e spinto da un tumulto irrefrenabile, mi aggrappo al cellulare e mi lascio travolgere da tutti questi ricordi, che trascrivo così come affiorano alla mia mente ed è così che, pian piano, emergono frammenti di una vita passata, come rimembranze di altre vite vissute in altre epoche di un tempo lontano.
Trascrivo queste righe direttamente dagli appunti salvati sul mio cellulare, durante quella notte frenetica e stregata, trascorsa quasi del tutto insonne, tra il 25 ed il 26 maggio del 2026.
[26/5, 01:42] Scrivo:
Io ci sono nato in Sicilia... sarebbe corretto dire “sono nato in Sicilia”, ma non rende bene l’idea, perché quando nasci in Sicilia appartieni a questa magica isola per il resto dei tuoi giorni ed anche se ti allontani per andare a vivere a migliaia di chilometri di distanza, la Sicilia ti resta nel cuore e certe notti ne senti il richiamo, come il canto ammaliatore ed al tempo stesso mortale delle sirene, che Ulisse decide comunque di ascoltare, a costo di farsi legare all’albero maestro della nave, così come racconta Omero nella sua “Odissea”.
Avevo circa 13 o 14 anni quando è morta la persona considerata "l’uomo d’onore" di Donnalucata.
Io non conoscevo personalmente quell’uomo, ma l’avevo visto solo poche volte e mi ricordo che mio padre mi raccomandava di starne alla larga, ma si rifiutava di darmene una spiegazione plausibile e motivata.
Al funerale c’era praticamente tutta Donnalucata, che all’epoca contava solo circa 3.000 abitanti.
Una processione infinita, tanto che la strada principale, Via Sanremo, brulicava di tantissime persone di ogni età:
c’erano i grandi, gli anziani ed anche i bambini e gli adolescenti come me.
Questo mio ricordo da giovinetto, costituisce una di quelle immagini che mi sono rimaste tra i ricordi indelebili di quella giovane età.
In mezzo alla folla c’ero anch’io, in quanto ormai quell’uomo non mi faceva più paura, ma anzi ero incuriosito ed al contempo non riuscivo a capire il cordoglio dimostrato da tutta quella gente, che era scesa in strada per porgere l’ultimo saluto ad un uomo che tutti conoscevano molto bene.
Successivamente anche io ho avuto modo di conoscere meglio e più a fondo altri “uomini d'onore”:
crescendo in Sicilia per forza di cose prima o poi vieni a trovarti in mezzo od in contatto con la “cultura mafiosa”, perché ci cresci dentro, per l’appunto… e che tu lo voglia o no…
fa parte di te e te ne sei parte.
Completato il liceo ed avendo conseguito la maturità scientifica, mi si prospettava davanti l’ultima estate libera dallo studio e, quindi, non vedevo l’ora di godermi tre mesi di mare, bagni e soprattutto infinite partite al pallone sulla spiaggia; partite che duravano ore ed ore ed a volte proseguivano anche dopo il tramonto.
Erano altri tempi…
Erano tempi sereni…
Erano tempi che potevi permetterti la gioia e la spensieratezza…
Erano tempi in cui la felicità non “costava” nulla…
Erano tempi in cui non avevi nulla e di nulla avevi bisogno…
Erano i tempi della “fanciullezza”, quando bastava un nonnulla per farti esplodere dalle risate e subito mi viene in mente Giovanni Pascoli ed il suo pensiero relativo al “fanciullino” che è sempre presente in noi.
Ma mio fratello maggiore Guglielmo, nome di battesimo derivato dal nome di mio nonno paterno, aveva appena acquistato la gestione del bar più frequentato del paese, per cui mi chiese di aiutarlo ed in cambio mi avrebbe pagato l’affitto della camera da studente, che avrei dovuto prendere in locazione a Palermo, per poter proseguire il mio percorso di studio.
La proposta era davvero molto avvincente, ma io ero un diciannovenne timido e riservato, per cui come avrei potuto lavorare in un bar a stretto contatto con tanti perfetti sconosciuti, quando il mio viso da “fanciullino” arrossiva non appena qualcuno “osava solo rivolgermi la parola”?
Eppure fu così che, mio malgrado, iniziai a lavorare come “cameriere tuttofare” al bar di mio fratello Guglielmo e lo feci per tanti brevi periodi di tempo, nel corso di diversi anni, tanto che, ancora oggi che non vivo più in Sicilia da oltre 25 anni, questo mio ricordo continua a tormentarmi sotto forma di terrificante incubo ricorrente.
In ogni caso a poco a poco quella mia timidezza infantile si affievoliva ed io diventavo sempre più bravo a trattare con i clienti.
[26/5, 01:51] Scrivo:
In un bar in Sicilia negli anni ‘80 e ‘90 giravano tanti soldi ed il locale di mio fratello era l’unico nella provincia aperto 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, o quasi... si chiudeva solo il giovedì pomeriggio, ma solo per poche ore.
Ritornerò a parlarvi di questa mia esperienza, ma adesso voglio cogliere l’occasione per parlare della
Vera cultura mafiosa in Sicilia.
Lavorando al bar di mio fratello, cominciavo a notare, oltre ai soliti “maleducati” avventori, anche piccoli strani comportamenti, come ad esempio “pagarsi il caffè tra amici”.
Questo fa parte della cultura mafiosa di cui stiamo parlando!!!
E vi voglio spiegare meglio di cosa si tratta.
[26/5, 01:53] Scrivo:
A Napoli esiste il “caffè sospeso”, mentre a Roma si paga alla “romana”, e via dicendo:
“Paese che vai, usanza che trovi”.
Fin qui nulla di strano, ma in Sicilia è tutto diverso!!!
Finalmente “cado tra le braccia di Morfeo” e mi addormento dolcemente, ma il giorno dopo mi viene in mente di parlare di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quindi lo appunto come promemoria sempre sul mio cellulare, tramite WhatsApp.
[27/5, 11:12] Scrivo:
Parlare di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino:
“Le nostre idee camminano sulle vostre gambe”.
Oggi è il 27 maggio 2026 ed ancora una volta non riesco a chiudere occhio, per cui torno a scrivere dal mio cellulare, sdraiato bello comodo sul mio lettuccio, con il cuscino ergonomico e la TV accesa come sottofondo, e quindi ritorno ai miei ricordi di gioventù…
[27/5, 23:32] Scrivo:
In quegli anni in Sicilia, negli anni in cui io ero già diventato maggiorenne, anche se la mia testa ed il mio cuore ragionavano e si comportavano ancora come se fossi rimasto un semplice ragazzino, anche un poco ingenuo e sprovveduto.
Insomma ero ancora un poco “incantato”, cioè a dire imbambolato ed intontito, aggettivi che forse rendono meglio l’idea.
Ma la responsabilità che mi aveva caricato sulle spalle mio fratello maggiore mi ha trasportato, anzi catapultato, direttamente dall’adolescenza all’età adulta.
Infatti, il “Bar Riviera”…
Il bar più frequentato nella zona…
Il bar che rimaneva praticamente sempre aperto…
Il bar dove le persone si incontravano non solo per prendere un caffè…
Il bar che era anche (e lo è ancora oggi) una gelateria, una cornetteria, una pasticceria e dove, nell’ora di pranzo, se volevi potevi anche ordinare un primo già pronto, solo da scaldare…
Insomma, voglio dire, che già all’età di poco più che diciotto anni, avevo addosso la responsabilità di gestire un locale, nelle ore notturne, che sono le più pericolose, in quanto la notte gira la peggior feccia di persone, spesso ubriache ed a volte persino drogate.
Dicevo appunto che in pochi mesi di lavoro, avevo già imparato a conoscere gli avventori, sia i soliti clienti, sia gente mai vista prima e la mia esperienza mi consentiva di osservare attentamente i comportamenti delle persone che entravano nel locale.
Pertanto vedevo atteggiamenti strani ed avevo imparato a far finta di niente, per non venire a trovarmi nei guai, cosa che non potevo permettermi, in quanto il mio compito, affidatomi direttamente da mio fratello Guglielmo, era quello di mantenere la calma ed evitare ogni sorta di problema.
[27/5, 23:44] Scrivo:
Praticamente, mio fratello si inventava di tutto e naturalmente, essendo lui il proprietario, di giorno si occupava di preparare gelati, cornetti, primi (comprati già pronti e solo da scaldare, come ho già sottolineato), ma soprattutto si occupava dell’approvvigionamento delle scorte, trattando con i vari rappresentanti delle molteplici ditte fornitrici.
Bene... se la presenza di mio fratello era necessaria, anzi direi obbligatoria, nelle ore diurne, qualcuno doveva occuparsi della gestione del locale durante le ore notturne…
Così mio fratello si svegliava (con calma) alle 8:00 del mattino per arrivare al bar e gestire la
“SUA CREATURA”...
Mi esprimo in questi termini perché, effettivamente, mio fratello Guglielmo si è sempre dimostrato un ottimo gestore della sua attività, in quanto si è davvero inventato di tutto pur di fare soldi… tanti soldi, davvero tantissimi.
Da parte mia, invece, di giorno dormivo e non pranzavo nemmeno con la mia famiglia, in quanto mi svegliavo verso le 17:30 per essere pronto a prendere servizio al bar già alle 18:00 di sera.
[27/5, 23:55] Scrivo:
Il mio lavoro consisteva nel prendere gli ordini ai numerosi tavolini del bar che, solo quelli esterni, oscillavano tra i trenta ed i trentacinque, mentre all’interno erano presenti 6 panche, capaci di ospitare fino a 20 avventori.
Inoltre dovevo controllare la cassa e soprattutto sorvegliare che agli altri impiegati non gli venisse in mente di appropriarsi illecitamente del contenuto della stessa.
Avrei voluto dire “tentassero di rubare", ma risulta decisamente poco elegante!!!
Si incassavano tanti soldi, soprattutto la sera ed ancora di più durante le notti dei fine-settimana, quando aprivano contemporaneamente le varie discoteche presenti nella zona.
Una tra tutte la discoteca “Il Koala Maxi”, all’epoca la discoteca più grande del Meridione d’Italia e capace di ospitare parecchie migliaia di persone, avendo a disposizione una struttura che al suo interno ospitava, se non ricordo male, tre diverse piste da ballo esterne, oltre alla pista principale interna.
[28/5, 00:02] Scrivo:
Ecco, mio fratello mi ha accordato una fiducia immensa, ma al contempo mi ha investito di una responsabilità, se possibile, ancora più grande e gravosa, per cui la notte, esattamente come l’Uomo Ragno, mi muovevo tra i tavoli, prendendo le ordinazioni di tutta quella folla di persone, venuta appositamente, per gustarsi un buon gelato, il gelato più buono della zona, a detta di molti. E buono lo era davvero!!!
A proposito dell’Uomo Ragno mi sovviene l’insegnamento di Zio Ben per Peter Parker:
<<Da grandi poteri derivano
grandi responsabilità>>.
Ma nel mio caso funzionava tutto in modo “leggermente” diverso…
Io, in quanto fratello del gestore del locale, non potevo permettermi di sbagliare, perché altrimenti avrei dato il cattivo esempio agli altri dipendenti della gelateria.
“Viceversa” quando ad una dipendente o ad un dipendente capitava di sbagliare, la responsabilità era comunque e sempre la mia, in quanto avrei dovuto vigilare meglio sull’operato altrui.
Ecco… questa era in sintesi proprio la teoria di mio fratello, per cui ogni qualvolta qualcosa andava storto, alla fine ero sempre io quello che veniva rimproverato, anche davanti ai clienti, poco importava.
A tutto ciò si aggiungeva la maleducazione di alcuni clienti, in particolare dei soliti avventori del bar, che nello specifico non tutti erano gentili e cortesi, ma anzi spesso e volentieri il loro comportamento lasciava ben a desiderare.
Ma questo è del tutto normale e fa parte del lavoro di chi gestisce un’attività a contatto con il pubblico e, come si suol dire in questi casi, “il cliente ha sempre ragione”, per cui sfoderi il migliore dei tuoi “falsi sorrisi”, ma in cuor tuo lo mandi diretto e con biglietto di sola andata,
a quel paese!!!
L’evento straordinario era piuttosto rappresentato dal fatto che migliaia di persone uscissero dalle vicine discoteche, che durante le notti d’estate restavano aperte fino all’alba e le ragazze ed i ragazzi che uscivano per andare a ballare in discoteca, allora come ancora oggi, avevano come unico scopo il puro divertimento a tutti i costi, come era di moda già negli anni ‘80.
Questa “moda”, per così dire, consisteva in pratica nell’invasione dell’unico locale aperto a qualsiasi ora, cioè appunto il “Bar Riviera”, che veniva preso sotto assedio, proprio come gli “Ottomani” tra il 1500 ed il 1600 sconvolsero la Sicilia con le loro ripetute e devastanti invasioni e catastrofiche incursioni.
In queste occasioni potevi assistere all’assalto di un’orda di barbari che, dopo aver ballato, consumato fiumi di alcol e per fortuna, solo in alcuni casi, abusato di qualsiasi tipo di sostanza illecita, erano desiderosi di fare colazione in fretta, per chiudere in bellezza la serata ed andare finalmente a casa a dormire.
Già dai primi mesi in cui ho iniziato a lavorare, ho subito imparato a riconoscere gli effetti dell’alcol e delle varie droghe, che giravano liberamente ed anche pericolosamente in quegli anni nelle discoteche ed il vero caos esplodeva quando qualche “testa calda” si scontrava con un suo degno pari.
In questi casi era facile che ne uscisse fuori una rissa ed il mio compito era proprio quello di evitare in tutti i modi tale pericolosa eventualità, che avrebbe portato danni a cose, ma soprattutto anche a persone.
Erano gli anni ‘80 e non c’era nessun etilometro, ma in compenso le strade erano disseminate di mazzi di fiori, in ricordo dei tantissimi ragazzi che hanno perso la vita dopo una “serata brava” trascorsa in discoteca.
L’indomani, giorno 26 giugno, mi sveglio di buon’ora e ripensando a quanto avevo scritto prima di addormentarmi, riprendo il cellulare in mano, questa volta al solo scopo di tracciare una linea di pensiero e continuare il racconto intrapreso.
[21/6, 07:05] Scrivo:
Citare Stephen Hawking - “La teoria del tutto” spiegata male;
[21/6, 07:05] Scrivo:
Otto ragazzi trucidati nelle sale giochi di Gela;
[21/6, 07:05] Scrivo:
Bob Dylan - “Mr. Tambourine Man”;
[21/6, 07:05] Scrivo:
Collegare i pizzini con il suono dei tamburi, come si usa tra le tribù in Africa e con la canzone di Bob Dylan - “Mr. Tambourine Man”;
[21/6, 07:05] Scrivo:
Collegare il concetto di “buco nero” alla “cultura mafiosa”.
Quel venerdì mattina mia moglie mi propone di andare in piscina ed io penso che sia un’ottima idea per rilassarci e goderci la magnifica giornata di sole; ormai siamo in piena estate e ci meritiamo un bel tuffo nell’acqua limpida della piscina comunale.
Sono le 13:56 del 24 giugno 2026, mi trovo nella piscina comunale di Riccione ed ho appena fatto il bagno in un’acqua davvero meravigliosa.
L’acqua è caldissima e da bordo piscina, stavolta pienamente e completamente rilassato, rileggo i miei appunti e continuo a raccontare le storie vissute durante il mio periodo di vita trascorso in Sicilia.
24/06/26, 14:11 - Scrivo:
Rileggendo i miei promemoria, mi rendo conto che, prima di parlare di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, mi sembra opportuno spiegare cosa c'entra “la vera cultura mafiosa in Sicilia” con il testo di Stephen Hawking: “La teoria del tutto”.
Bene, partiamo dal fatto che fin dai tempi della scuola mi hanno affascinato in modo particolare le teorie matematiche e nello specifico tutto quello che concerne la storia della creazione del sistema solare e dell’universo intero, pertanto voglio cogliere l’occasione per spiegare “a modo mio” alcune teorie che collegano la matematica alla fisica quantistica.
Niente paura... io non sono né un matematico, né tantomeno un fisico teorico, che si occupa dell’origine dell’universo, pertanto cercherò di spiegare “malamente”, cioè secondo quello che ci ho potuto capire, cos’è realmente un "buco nero".
24/06/26, 14:27 - Scrivo:
“LA TEORIA DEL TUTTO” spiegata male!!!
Prendo spunto dal titolo di un libro di Francesco Muzzopappa intitolato: “L’Odissea spiegata male”, un testo pensato e scritto per una lettura capace di conquistare i ragazzi ed anche gli insegnanti.
Partendo da questo semplice concetto di semplificare qualcosa che altrimenti potrebbe risultare di ardua comprensione, cerchiamo di immaginare cosa sia un “buco nero”, partendo dalla una delle leggi fondamentali della fisica, la seconda legge di Isaac Newton, che recita:
F = m x a
In pratica la forza è data dallo spostamento della massa per l’accelerazione, detto in parole povere questo significa che, se per esempio lanciamo una pietra od un sasso, la forza impiegata è uguale all’accelerazione acquisita dal sasso, per il suo spostamento.
Nella sostanza, possiamo dire che più forza ci mettiamo, più lontano arriverà il sasso!!!
Mi sembra che non faccia una piega.
Adesso prendiamo in considerazione, un’altra legge della fisica, la famosa equazione della relatività di Albert Einstein.
E = m x c²
(L’energia è uguale al prodotto della massa per la velocità della luce al quadrato).
Come potete vedere le due formule sono molto simili, anzi si assomigliano parecchio, ma ciascuna di esse, nel proprio contesto, assume un significato del tutto diverso.
Quindi provo a spiegare sempre “a modo mio” la legge della relatività, a cui il famoso fisico lavorò già a partire dai primi anni del secolo scorso e, spero francamente, che Albert non si rivolti nella tomba…
Secondo questa celebre formula, che ha rivoluzionato il concetto stesso di studiare ed osservare l’universo, se noi lanciamo la solita pietra alla velocità della luce al quadrato, cioè una velocità pazzesca ed impossibile da raggiungere, il sasso diventa “PURA ENERGIA”.
In buona sostanza, il sasso, da oggetto materiale, “scompare” e si trasforma in “sola energia”, come se noi potessimo stringere in mano una pila o la batteria del nostro cellulare ed assorbirne l’intera energia, per poi riaprire la mano e scoprire che la pila, o la batteria, non ci sono più, come in una specie di magia (Queen - “It’s a kind of Magic”).
Questo singolo: “It’s a kind of magic”, che tradotto in italiano diventa: “È una specie di magia”, fa parte dell’omonimo album che è stato anche la colonna sonora di un film visionario ed indimenticabile, “Highlander - L'ultimo immortale”, uscito nelle sale cinematografiche nel 1986 come primo episodio di una saga sulla quale, più avanti intendo tornare per dedicare un intero “post”.
Ma, per il momento, “It’s a kind of magic” costituisce il brano che ho scelto come colonna sonora di questo “post” insieme a quella che viene reputata la canzone tipica siciliana più rappresentativa: “Vitti ‘na crozza” (in italiano “Ho visto un teschio”), celebre canzone il cui testo, che rimane anonimo, venne musicato dal compositore Franco Li Causi nel 1950.
Il brano ha una melodia orecchiabile e persino gradevole ed armoniosa, ma il testo parla della morte senza sepoltura di un minatore ed è reputato universalmente un inno drammatico contro la guerra e lo sfruttamento del lavoro.
24/06/26, 14:54 - Scrivo:
Ma, ritornando al concetto di “buco nero”, partiamo da un’altra considerazione, che fa riferimento ad un’altra ben nota legge:
la legge di gravitazione universale di Isaac Newton,
secondo la quale, per farla semplice, nella Terra esiste una forza gravitazionale pari a circa 9,81 metri al secondo quadrato, il che significa che se lasciamo cadere il solito sasso, esso verrà attratto dalla Terra, che è molto più grande del sasso, acquisendo un’accelerazione pari a 9,81 metri al secondo quadrato.
Adesso, se invece ci riferiamo ad un “buco nero”, qualsiasi oggetto venga attratto all’interno di un “buco nero” si muove con una velocità SUPERIORE alla velocità della luce e proprio per questo motivo, noi non riusciamo a vederlo.
Se siete riusciti a seguire il mio modesto ragionamento vi rendete conto di quanto sia ENORME la massa di un “buco nero”, infatti la Terra rispetto al sasso è notevolmente più grande, ma la sua forza gravitazionale è pari “solo” a 9,81 metri al secondo quadrato, che è una accelerazione infinitamente più piccola rispetto a quella della velocità della luce al quadrato.
Se ne traiamo le dovute considerazioni, ecco “spiegato male” quanto è immensamente più grande un “buco nero” rispetto al nostro piccolo pianeta Terra.
Spero di essere stato chiaro ed al contempo non aver annoiato nessuno.
Ma la vera domanda è:
cosa centra il "BUCO NERO" con la cultura mafiosa in Sicilia?
Bene, intanto vorrei specificare che la “MAFIA” in generale esiste in tutto il mondo, ma assume diversi nomi e diverse connotazioni a seconda del territorio in cui prende forma e si sviluppa.
Solo per fare qualche esempio, negli Stati Uniti d’America la mafia si chiama “Pizza Connection” - In Giappone opera la "Yakuza" - Le piccole organizzazioni mafiose in Brasile vengono chiamate “Facções locais” (letteralmente “fazioni locali”) - A Napoli c’è la “Camorra” - In Calabria la “‘Ndrangheta” - in Puglia esiste “La Sacra Corona Unita”, nel Salento, la “Mafia Foggiana” (definita anche “Quarta Mafia”) e la “Camorra Barese”, ma l’elenco non si esaurisce mica qui!!!
Tutti sanno che la MAFIA nasce in Sicilia, ma quali sono il significato e l’origine etimologica del termine “mafia”???
A tal proposito, avvalendomi dell’aiuto di Google, ho condotto una piccola ricerca, ed ho scoperto che l’origine etimologica più accreditata è data dal termine arabo “mahyas”, che significa spacconeria o spavalderia, mentre un’altra ipotesi fa derivare il termine “mafia” sempre dall’arabo “mu’afah”, che tradotto in italiano suona qualcosa come “protezione”.
Se analizziamo i termini e le definizioni appena citate, ci rendiamo conto che, sia la protezione, sia la spavalderia e la spacconeria, fanno parte della cultura mafiosa ed anzi ne sono caratteristiche intrinseche e peculiari.
Il celebre critico d’arte, politico ed opinionista televisivo, Vittorio Sgarbi, già qualche anno fa, in una sua intervista, che ricordo perfettamente, ha riassunto sia l’origine etimologica della parola
“mafia”,
sia la storia della sua nascita, riportando nello specifico un’antica leggenda che parla di una madre disperata, a cui viene sottratta la figlia per essere violentata ed uccisa da un soldato francese.
Questa madre, come nella celeberrima scena del film “Roma città aperta” con la drammatica ed indimenticabile scena interpretata da una intensa Anna Magnani, corre per le strade di Palermo gridando disperata:
“Ma fia! Ma fia!”- (“Mia figlia! Mia figlia!”).
Questo grido d’angoscia diventa, ben presto, l’origine della rivolta dei palermitani contro gli oppressori stranieri.
C’è da considerare, però, che alcuni storici smentiscono questa ipotesi, considerandola piuttosto frutto di una semplice leggenda, ma per me questo poco importa, perché quello che mi interessa effettivamente comunic@rvi,
mie care amiche ed amici social,
è che la mafia nata in Sicilia è cambiata.
Oggi la mafia non è più la stessa cosa di allora.
Infatti, mentre alle origini la mafia nasce come rivolta ai soprusi subiti dagli invasori ed in Sicilia, nell’isola posta al “cuore” del Mediterraneo, nell’isola che ai tempi degli antichi romani era considerata il “granaio di Roma”, nell’isola che si trova al centro del “Mare Nostrum” si sono avvicendate davvero parecchie dominazioni straniere:
a partire dai Greci ed ai Cartaginesi, i Romani, i Bizantini, gli Arabi, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi, per poi passare brevemente sotto il controllo dei Savoia e degli Asburgo, senza farsi mancare i Borboni durante il periodo del “Regno delle due Sicilie” ed, infine, per arrivare all’unità d’Italia nel 1860.
Durante l’avvicendarsi di tutte queste dominazioni straniere, i Siciliani, che hanno origini risalenti alle antiche popolazioni dei Siculi, dei Sicani e degli Elimi, hanno reagito praticamente quasi sempre stando a guardare, “seduti comodamente al bar”...
… ed è per questo motivo che gelati, granite, cassate e quant’altro offre la cucina tipica siciliana, per quanto riguarda i dolci e la pasticceria (e non solo), penso che nulla abbia a che invidiare a nessun’altra cucina tipica regionale italiana o estera che sia.
In ogni caso, dicevo che la mafia delle origini è cambiata nei valori e nel significato della
"CULTURA MAFIOSA”.
Innanzitutto oggi la mafia in Sicilia si chiama “Cosa Nostra” e vi spiego cosa cambia:
per prima cosa i valori insiti nel termine “mafia” vengono modificati ed in alcuni casi persino stravolti e rivoluzionati.
Quello che in Sicilia oggi si intende per “Cosa Nostra” in italiano potrebbe essere tradotto come “Affare di famiglia”, cioè qualcosa che “ci appartiene per diritto” e che viene trasmessa in eredità da padre in figlio, come un “bene” o, per meglio dire, come una proprietà privata.
Infatti le cosiddette “cosche mafiose” sono governate dalle varie famiglie, che a volte si scontrano per contendersi il controllo del territorio e quasi sempre ci scappano svariati morti.
Solo per raccontare un piccolo aneddoto, vorrei aggiungere che durante il mio primo anno di università vengo invitato a cena a casa di colleghi universitari ed in quell’occasione mi trovo seduto allo stesso tavolo di un ragazzo di Gela, che racconta come funzionano le cose al suo paese d’origine.
Questo “spavaldo” ragazzo ci confidò tranquillamente di essere scampato per puro caso alla strage giunta alle cronache nazionali come
“La strage degli otto ragazzi uccisi nelle sale gioco di Gela”,
in occasione della quale aveva perso il suo più caro amico.
Ma il suo tremendo e terribile racconto non si limitò a questo, infatti, poco dopo aggiunse che se provi antipatia per qualcuno o se questo qualcuno ti ha fatto uno sgarbo, puoi tranquillamente affidarti a degli “individui” per “regolare i tuoi conti” in sospeso e che esiste un vero e proprio tariffario per cose del genere:
1) vuoi spezzare un braccio a chi ti ha offeso??? 300.000 Lire.
2) vuoi spezzare una gamba al tuo nemico giurato??? 500.000 Lire.
3) vuoi liberarti dell’incomodo definitivamente??? 1.000.000 di Lire.
Ma tornando a parlare dei valori della mafia come ad esempio, “l’uomo d’onore”, di cui vi parlavo all’inizio del mio racconto e che era considerato da tutti colui il quale era preposto a garantire ordine e la sicurezza all’interno del proprio territorio,
NON ESISTE PIU'!!!
Al suo posto è subentrato il “boss mafioso”, cioè la persona che comanda “i picciotti” (i ragazzi), che altro non sono che gli “affiliati”, cioè piccoli delinquenti disposti a tutto pur di avanzare di grado nella gerarchia della cosca mafiosa.
In origine la mafia aveva anche dei canoni rigidi a cui ciascuno doveva attenersi e far rispettare.
In primis i bambini e le donne non si toccano ed inoltre il controllo del territorio avveniva per ragioni di sicurezza, in quanto le forze dell’ordine in Sicilia non erano sufficienti e spesso si chiudevano gli occhi alla vista di un crimine, per non rischiare di perdere la vita.
Purtroppo lo Stato Italiano, infatti, dopo l’unità d’Italia ha praticamente abbandonato al suo destino l’intero meridione, per favorire lo sviluppo economico ed industriale del Nord Italia.
Oggi, invece, “Cosa Nostra”
non guarda più in faccia nessuno!!!
Originariamente la mafia controllava semplicemente lo spaccio di sigarette, mentre adesso il controllo del territorio avviene in modo totale e massiccio, a partire dal “pizzo” che ogni esercente è costretto a pagare, fino al commercio di droghe pesanti, sia di derivazione vegetale, sia prodotte sinteticamente e che arrivano direttamente dai rapporti stretti e consolidati con i più pericolosi cartelli del narcotraffico, soprattutto del Sud America.
A tal proposito mi sovviene la storia della vita da pentito di
Tommaso Buscetta.
Se la giustizia italiana ha iniziato a comprendere l’organizzazione mafiosa siciliana, lo dobbiamo proprio al rapporto che Giovanni Falcone è riuscito ad instaurare con Tommaso Buscetta, detto il “Boss dei due mondi”.
Strana curiosità: questa definizione ricorda quella attribuita a
“Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi”
ma certamente per altre imprese e tutt’altre motivazioni.
In ogni caso, il magistrato Giovanni Falcone al suo primo incontro con Tommaso Buscetta, tira fuori il suo pacco di sigarette e ne offre al suo interlocutore.
Può sembrare un fatto insignificante, ma non lo è affatto, in quanto sia nelle carceri, sia all’interno degli ospedali psichiatrici, che io ho frequentato per ben tre volte, nel corso della mia vita, per cui so benissimo che una sigaretta è un bene prezioso ed in quanto tale, può diventare preziosa “merce di scambio”.
In questo caso la merce di scambio offerta da Giovanni Falcone a Tommaso Buscetta è stata
“la fiducia”.
Da quel momento in poi Tommaso Buscetta ha capito di trovarsi davanti un uomo di cui si poteva fidare ed in questo semplice modo è iniziata la collaborazione tra il “traditore” Buscetta, come verrà spesso chiamato l’uomo che ha trascorso gran parte della sua vita “all’ombra”, in diverse località segrete e con false identità.
Ecco… adesso finalmente sono in grado di spiegarvi
mie care amiche ed amici social,
cosa centra un buco nero con la cultura mafiosa!!!
Si può nascere in Sicilia ed essere persone oneste ed integerrime, questo è certo, ma se per un qualche evento della tua vita, o per meglio dire, per una tua qualsiasi scelta sbagliata, vieni a contatto con “Cosa Nostra”, non ne esci più!!!
“Cosa Nostra” è come un “buco nero” che ti risuchia se ti azzardi ad avvicinarti ed una volta dentro l’organizzazione mafiosa, ne esci solo dentro una bara e lo dimostra proprio la storia del di Tommaso Buscetta, che anche dal Brasile, dove si era nascosto, ed anche all’interno del carcere, quando collaborava con il magistrato Giovanni Falcone e persino in tutti gli altri posti, dove viveva sotto copertura e con identità di volta in volta diverse, insomma
IN NESSUN CASO TOMMASO BUSCETTA
É MAI RIUSCITO AD USCIRE DA
“COSA NOSTRA”.
Comunque, ritornando a parlare della definizione di “Cosa Nostra”, in sostanza sono cambiati i valori, nel senso che oggi “Cosa Nostra” non esprime alcun valore positivo e tutto si è trasformato in una cupidigia infinita di
“DENARO SPORCO DI SANGUE
E CHE VA LAVATO”.
Potrei continuare, ma se qualcuno di voi,
mie care amiche ed amici social,
ha seguito le varie interviste rilasciate dal magistrato Nicola Gratteri, oltre alle serate dedicate da “La7” al suo programma, sa benissimo di cosa stiamo parlando.
24/06/26, 15:03 - Scrivo:
A parte tutte queste divagazioni, in cui siamo persino riusciti a fare riferimento a Giovanni Falcone, che purtroppo ha perso la vita, così come è successo anche a Paolo Borsellino, oltre naturalmente alla stessa moglie di Giovanni Falcone ed alle donne ed agli uomini delle rispettive scorte, questo non bisognerebbe dimenticarlo mai!!!
Aggiungo, per dovere di cronaca, che Giovanni Falcone è stato abbandonato dallo Stato Italiano, già a partire dall’attentato dell’Addaura, quando fu ingiustamente accusato di aver organizzato tutta una montatura.
E voglio chiudere questa infinita pagina ricordando, in segno di speranza, la frase che ci ha lasciato un grande uomo come Giovanni Falcone:
«Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali
e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini».
La mia personale interpretazione di questa frase è:
La mafia potrà anche riuscire ad uccidere gli uomini di giustizia,
ma le nostre idee continueranno a camminare sulle gambe delle persone oneste.
Piccolo appunto del venerdì 3 luglio ore 00:06 - Scrivo:
P.S. (Post scriptum):
Vorrei infine specificare che il racconto dell’esperienza del mio lavoro al bar c’entra con la vera cultura mafiosa, perché in Sicilia sei costretto a diventare adulto prima ancora di goderti la gioia dell’infanzia e la semplicità dell’adolescenza.
Se vuoi farti strada devi combattere con tutte le tue forze ed a volte scontrarti anche contro i “mulini a vento” e faccio riferimento al famoso romanzo di Miguel de Cervantes.
In particolare mi ricollego all’episodio dei mulini a vento, la scena più celebre del “Don Chisciotte”, quando il protagonista, ormai folle, scambia i mulini per “giganti” e si lancia in battaglia.
Per quanto mi riguarda i miei “GIGANTI”, io li vedo davvero, anzi vivono dentro la mia testa e questo rende tutta la mia esistenza molto più complicata, rispetto a quella di una persona considerata “normodotata”.
Inoltre, facendo riferimento al titolo di questo “post”, vorrei aggiungere che, quando nasci in Sicilia, cresci in una terra in cui il pericolo è sempre dietro l’angolo, nel senso che devi fare attenzione a molte cose, per esempio alle tue amicizie.
Da bambini si cresce con l’idea di essere immortali, niente ti può ferire e niente ti tocca davvero dal profondo, ma crescendo le cose cominciano a cambiare e, purtroppo, non sempre in meglio.
Per esempio se da bambino vedi tuo babbo e tua mamma come dei supereroi della “Marvel”, man mano che diventi più grande cominci a vedere che anche i tuoi genitori possono sbagliare, in fondo sono esseri umani anche loro, o no?
Arriva un’età in cui non ti sta bene nulla e che vorresti buttare in aria il mondo e rifare da capo tutte le regole a modo tuo.
Ecco, quando io ho iniziato a lavorare al bar, attraversavo proprio questa fase di ribellione contro i miei genitori, mentre ero completamente “stregato ed incantato” da mio fratello maggiore Guglielmo e per lui ero disposto a fare qualsiasi cosa, persino affrontare i mulini a vento di cui parlavo prima.
Tutto questo può sembrare normale, anzi direi che fa parte del normale percorso di crescita, che porta un bambino, attraverso l’adolescenza, a diventare una persona adulta.
Ecco, durante questo percorso, esci fuori dall’ambito familiare, in cui nasci e cresci protetto, per ritrovarti in una terra, nel mio caso la Sicilia dei primi anni ‘80, in cui le amicizie che fai giocando per strada (allora si poteva ancora fare, anzi era la norma), ad un certo punto della tua vita, possono rivelarsi “amicizie pericolose”, mentre a volte, come nel mio caso, si dimostrano “amicizie preziose”.
Grazie al lavoro da cameriere al bar ho imparato parecchie cose e direi che è stata un’esperienza fondamentale nella mia vita, in quanto mi ha insegnato, in primis, ad osservare le persone da lontano e percepirne la “presenza”, o se vogliamo, l’essenza, un poco come fanno gli animali nella giungla, osservare attentamente al di là delle apparenze ed, infine, regola fondamentale:
“Farsi i fatti propri”!!!
Insomma, per farla breve, se vuoi vivere in Sicilia senza andare incontro a qualsiasi tipo di pericolo ti si pari di fronte, devi imparare fin da subito a tenere gli occhi ben aperti, la mente sveglia ed il cervello acceso, accorto e perspicace.
Inoltre devi imparare a conoscere, prima di tutto te stesso (come diceva Socrate), ma anche e soprattutto le persone che ti si avvicinano, con una scusa qualsiasi e che si dichiarano tue amiche.
In fondo penso che mio padre aveva ragione quando mi diceva che l’amicizia è solo interesse e convenienza, nel senso che bisogna rendersi conto che a volte le persone che reputi amiche, spesso hanno un fine del tutto diverso dall’amicizia e quando finalmente lo scopri, la lesione che ne consegue, può essere persino più dolorosa di quando finisce un amore e ti ritrovi con il cuore spezzato.
Il tradimento da parte di un’amica o di un amico, infatti, provoca un “taglio netto”, una lacerazione ancora più profonda rispetto alla lesione subita per il tradimento di un amore.
A tal proposito, potrei parlare del “Delitto d’onore”, che purtroppo fa parte integrante anch’esso della cultura siciliana, ma direi che mi sono dilungato anche troppo, per cui…
Ringrazio di cuore
chi ha avuto la pazienza ed il tempo per leggere
tutto questo mio delirante discorso
sulla mia amata terra natia.
La colonna sonora di questo post:
Come colonna sonora di questa lunga pagina dedicata alla
“mia amata Sicilia”
ho scelto un brano di una cantante emergente, dotata di una voce strepitosa e straordinaria, capace di esprimersi in dialetto siciliano con una intensità emotiva intensamente coinvolgente, anzi direi proprio avvincente, appassionante e persino a tratti ammaliante.
L’artista di cui vi sto parlando è Delia (nome d’arte di Delia Buglisi) ed il brano si intitola
“Sicilia Bedda”,
una canzone che esprime un profondo senso di amore, orgoglio e nostalgia verso la propria terra d’origine: un affetto ed un senso di appartenenza che non si spegne mai.
Nel mio caso, pur avendo lasciato la Sicilia oltre 25 anni fa, sento ancora forte il richiamo della mia terra natia, che porto sempre nel cuore!!!
DA CANCELLARE
Colonne sonore di questo post:
Come colonne sonore di questa lunga pagina dedicata alla
“MIA AMATA SICILIA”
ho scelto appositamente due canzoni, molto diverse tra loro:
-
“Vitti ‘na crozza” (Vidi un teschio) è forse la più rappresentativa canzone popolare siciliana, scritta da un autore sconosciuto e musicata dal compositore Franco Li Causi nel 1950. Il brano tratta della morte e del duro lavoro dei minatori delle "zolfare". Solo nel 1979 la SIAE ha attribuito a Franco Li Causi i diritti di paternità del brano.
-
Queen - “It’s a Kind of Magic”, scritto da Roger Taylor, era incluso nell’omonimo album del 1986, “It's a Kind of Magic”. La canzone nasce come brano portante della colonna sonora del film “Highlander - L'ultimo immortale”. Il testo riesce, magicamente, a fondere l’atmosfera fantastica della pellicola con un messaggio positivo ed universale sul potere dei sogni e del cambiamento.
Prometto che più avanti scriverò un post interamente dedicato a questo iconico film:
“Highlander - L'ultimo immortale”.
Ringrazio di cuore chi ha avuto la pazienza ed il tempo di leggere tutto questo mio delirante discorso.
… ma questo è tutto un altro “post”!!!
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Come prima traccia sonora di questo post ho scelto:
Gruppo autore del brano - Queen
Titolo del brano: “It's a Kind of Magic”
Album: “IT'S A KIND OF MAGIC”
Anno di pubblicazione - 1984
URL video della traccia sonora
https://youtu.be/0p_1QSUsbsM?list=RD0p_1QSUsbsM
Come seconda traccia sonora di questo post ho scelto:
Autrice del brano - Delia
Nome d'arte di Delia Buglisi
Titolo del brano: “Sicilia Bedda”
Album: “SICILIA BEDDA”
Anno di pubblicazione - 2026
URL video della traccia sonora
https://youtu.be/waFC8oMM7I8?list=RDwaFC8oMM7I8
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